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L’euro scende ai livelli di febbraio

Certo, Draghi non sarà al settimo cielo ma ieri l’euro qualcosina ha perso, scivolando sui minimi degli ultimi quattro mesi e mezzo nei confronti del dollaro a quota 1,354 rispetto alla chiusura precedente sopra quota 1,36. Le mosse espansive annunciate la settimana scorsa dal governatore della Bce finora sono state neutralizzate da un cambio che si conferma piuttosto anelastico. Ieri, però, qualcosina si è mossa (in direzione della svalutazione dell’euro auspicata da Draghi). Come mai? Secondo gli esperti sono più le notizie pro-dollaro a spingere giù l’euro che non le mosse della Bce, ancora da digerire circa la tempistica entro cui l’istituto di Francoforte potrebbe partire con l’alleggerimento quantitativo che, difatti, potrebbe dare una spallata al binomio euro-forte/spirale deflattiva. A sostenere la valuta Usa è stato il rialzo dei rendimenti dei titoli del Tesoro, mossi dagli ultimi dati macro positivi arrivati dagli Stati Uniti (ad aprile le scorte di magazzino all’ingrosso sono cresciute più delle previsioni e le vendite, dopo il rialzo di marzo, sono aumentate ulteriormente). In questo momento, nel flusso di notizie, prevalgono quelle che arrivano Oltreoceano. Da verificare nelle prossime sedute le aspettative sul timing con cui la Fed procederà (terminato il tapering, il piano di stimoli monetari) a rialzare il costo del denaro. Gli operatori si aspettano che questo possa avvenire nel terzo trimestre del 2015. In ogni caso sul mercato secondario i tassi Usa si stanno muovendo in rialzo: lo dimostra l’impennata dello spread tra Usa e Germania (tra Treasury e Bund): dalla chiusura del 4 giugno (prima della lenzuolata espansiva della Bce) il differenziale è cresciuto da 121 a 130 base. In pratica il decennale statunitense si è portato sui livelli del BTp che però ieri ha perso qualcosina dopo il recente record con il rendimento che è salito al 2,79% dal 2,7% della vigilia e il contestuale spread a 138 punti (mentre oggi è attesa un’asta di BoT annuali per 6,5 miliardi con il tasso che potrebbe scendere sotto lo 0,5% e giovedì il Tesoro collocherà BTp a 3, 7 e 30 anni). 
In sostanza, per indebolire l’euro Draghi avrà ancora molto lavoro da fare (non è facile far deprezzare una valuta di un’area che in ogni caso, nonostante grandi squilibri interni, ha chiuso l’ultimo anno con un surplus delle partite correnti del 2,4% e non è facile farlo contro valute, come dollaro e yen, che beneficiano di un quantitative easing che nell’Eurozona è ancora tutto da immaginare). Questo resta il tema del momento per gli investitori, con l’euro che, dal punto di vista tecnico, potrebbe scendere in area 1,33 se dovesse rompere al ribasso il supporto a 1,3503.
In questo scenario i mercati azionari continuano ad avanzare al piccolo trotto, spinti dalla liquidità delle banche centrali. Ieri il “nuovo” Ftse Mib è salito dello 0,14%, il Dax30 di Francoforte dello 0,2% confermandosi sopra i 10mila punti. Seconda giornata di aumento di capitale per Mps e seconda giornata in cui il titolo non riesce a fare prezzo, con l’asta di chiusura che ha segnato un aumento del 19,9% a 2,216 euro. Ancora forti vendite sui diritti: dopo il calo di quasi il 7% di lunedì, l’opzione è scesa del 7,3% a 19,9 euro con scambi per 6 milioni di pezzi.
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