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L’euro riprende quota e «vede» 1,1 dollari

Wall Street, dollaro e petrolio hanno fatto la voce grossa sui mercati finanziari in una giornata interlocutoria, con spread e Borse europee fermi per la festa del Lunedì dell’Angelo. 
A dettare l’agenda è stato il dato sull’occupazione negli Stati Uniti diffuso venerdì, quando pure Wall Street (così come le Borse europee) era chiusa in vista della Pasqua. A marzo sono stati creati 126mila posti di lavoro, un dato nettamente inferiore rispetto ai 245mila attesi. Il tasso di disoccupazione è rimasto stabile al 5,5% e a questo punto i tempi di una sua eventuale discesa sotto la barriera del 5% sono incerti. Elementi che secondo gli investitori stanno a significare, molto semplicemente, una cosa: la Federal Reserve potrebbe prendere altro tempo in vista del rialzo dei tassi e dell’inversione della politica monetaria. Sono ormai sette anni consecutivi che la Banca centrale degli Stati Uniti non annuncia una stretta monetaria. Nel frattempo ha portato il costo del denaro in un range compreso tra 0 e 0,25%. Se i dati sul lavoro e salari daranno a breve segnali che l’economia si stia dirigendo verso un regime di piena occupazione, sarà difficile per la Fed azionare al rialzo la leva dei tassi.
A questo punto, quello che a inizio anno sembrava un quasi scontato rialzo dei tassi da praticare tra aprile e giugno potrebbe slittare a fine anno o, a detta di alcuni operatori, anche nel 2016. Anche perché dall’economia reale, oltre al dato principe sull’occupazione, arrivano segnali altalenanti da altri fronti. Ieri l’indice dell’Institute for supply management (Ism), che misura l’andamento del settore non manifatturiero (servizi come l’immobiliare, le vendite al dettaglio, la sanità e la finanza), è calato lievemente in marzo a 56,5 da 56,9 di febbraio. Fattostà che il dollaro ha continuato a ritracciare sulle principali valute, dopo i record messi a segno nell’ultimo anno sia sulle valute core (yen, sterlina ed euro) che su quelle dei Paesi emergenti. Ieri l’euro si è riportato a ridosso d 1,1 dollari segnando il quarto rialzo consecutivo nei confronti del biglietto verde, andando a recuperare il 2,5% (ma da inizio anno il bilancio resta sopra negativo, pari a una svalutazione del 10% sul dollaro, del 25% in un anno solare).
L’indebolimento del “Re dollaro” ha dato linfa anche a Wall Street con gli indici principali che nelle contrattazioni intraday hanno sfiorato un guadagno dell’1%. Il biglietto verde ha anche influenzato le contrattazioni a Tokyo: l’indice Nikkei ha ceduto lo 0,19%: uno scenario di livellamento della forza del dollaro – e di rinvio del rialzo dei tassi americani – secondo molti analisti potrebbe favorire una correzione dell’azionario nipponico, che resta non distante dai massimi degli ultimi 15 anni.
Da non dimenticare poi la correlazione inversa tra dollaro e petrolio, dato che tutti i compratori che utilizzano altre valute rispetto a quella in cui è quotato il greggio (il dollaro appunto) tendono ad aumentare la domanda (e di conseguenza il prezzo) quando il dollaro si indebolisce. Ma ieri il prezzo del petrolio è salito (con il Brent che ha superato i 56 dollari al barile e il Wti di New York tornato sopra i 50) soprattutto dopo la decisione dell’Arabia Saudita di rialzare il prezzo che applicherà in Asia a maggio. Intanto la settimana finanziaria europea che comincia oggi attende nuovi sviluppi dalla Grecia: primo round il 9 aprile quando Atene è chiamata a rimborsare al Fondo monetario internazionale un prestito di 460 milioni di dollari: tutto ok secondo direttore generale dell’Fmi, Christine Lagarde che ha annunciato, dopo aver incontrato il ministro delle Finanze ellenico, Yanis Varoufakis, che il governo greco si è impegnato a versarli.
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