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L’euro perde più che dopo Brexit Banche e spread, torna la paura

Ora gli occhi sono rivolti ai mercati. Si teme il crollo. Ieri notte subito dopo le dimissioni di Renzi l’euro è sceso dell’1,3%, al minimo storico da 20 mesi sul dollaro (1,0506), livello inferiore anche a quello registrato dopo Brexit. La moneta unica si è deprezzata anche sullo yen (-1,2%). E la Borsa di Tokyo ha aperto in ribasso (-0,41%). Nei palazzi di Roma, nelle istituzioni di Bruxelles e Francoforte adesso il timore è per spread e banche. E tutti, tra Commissione, Banca centrale e Cancellerie, chiedono all’Italia di fare in fretta, di dotarsi di un governo che riprenda in mano la situazione il più rapidamente possibile. Ancora meglio se, con un clamoroso ripensamento, guidato dallo stesso Renzi. Oppure da Pier Carlo Padoan, la cui permanenza quanto meno al Tesoro in giro per il continente viene giudicata imprescindibile per tenere a galla il Paese e non mettere a rischio l’eurozona.
Nella notte al Tesoro con la vittoria del No spiegavano che nell’immediato sui mercati è lecito attendersi volatilità. Poi tutto dipenderà dal tempo che servirà per stabilizzare il quadro politico. Se la situazione dovesse prendere una direzione chiara con un governo subito in carica, i danni non dovrebbero essere irreparabili perché i mercati nei giorni prima del voto si sono già posizionati sul No. Se invece si andrà verso un periodo di incertezza, facilmente prevarrà la sfiducia.
Sfiducia che potrebbe abbattersi contro il debito sovrano con l’ormai noto binomio sfiducia e speculazione. Una morsa che potrebbe far prendere il volo allo spread, con un rischio concreto per la tenuta del Paese e dell’euro. Certo, la Bce di Mario Draghi in caso di tensioni è pronta ad aumentare gli acquisti dei titoli di Stato italiani all’interno del quantitative easing, mitigando così l’impatto del No sul differenziale Btp-Bund. Uno scudo però non invulnerabile. La Banca centrale può scegliere su quale Paese concentrarsi nell’acquisto dei titoli di Stato, ma questa flessibilità ha precisi limiti quantitativi e temporali. Per questo a Francoforte sanno che possono arginare l’eventuale tempesta sul debito italiano per un periodo limitato. C’è poi il timore per il settore bancario. Con una crisi politica prolungata gli investitori stranieri chiamati, ad esempio, a ricapitalizzare Mps, potrebbero decidere di tenersi alla larga dall’Italia, lasciando come unica alternativa il salvataggio pubblico. E con Mps altri istituti, come Unicredit, attendevano con apprensione l’esito del voto. Un rischio tanto concreto che a Bruxelles fonti comunitarie ieri ricordavano che «nell’immediato la priorità di qualsiasi governo sarà prendere controllo della situazione bancaria, in particolare del Monte».
Proprio oggi a Bruxelles atterrerà Padoan per prendere parte all’Eurogruppo, la riunione dei ministri finanziari che tra l’altro esaminerà proprio la manovra italiana. Padoan cercherà di rassicurare i colleghi, con Bruxelles destinata a diventare attore della gestione della crisi italiana. Dalla Commissione guidata da Juncker ieri sera non commentavano il voto, ma dietro le quinte tenevano a specificare che anche con il No «l’Europa e l’euro continueranno ad esistere».
I vertici comunitari e le Cancellerie – che fino all’ultimo hanno tifato per il Sì – hanno già recapitato al Quirinale e a Chigi i loro messaggi. Primo, soluzione rapida della crisi per evitare che l’Italia torni a far tremare la moneta unica. Secondo, «continuità». In una stagione di profonda crisi europea, l’Unione non vuole perdere un interlocutore conosciuto come Renzi. Per questo la prima scelta per l’Europa sarebbe un Renzi bis con Padoan ancora al Tesoro. Ma se il premier dovesse lasciare, allora per Bruxelles sarebbe fondamentale che in un nuovo governo Padoan restasse al suo posto a Via XX Settembre, da dove diventerebbe l’interlocutore privilegiato dell’Unione. Che gradirebbe ovviamente anche un esecutivo direttamente guidato da Padoan, che magari potrebbe tenere pure l’interim all’Economia. E Bruxelles le sue richieste le farà sentire ricordando che i dossier manovra e banche sono ancora sul suo tavolo.

Alberto D’Argenio

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