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«L’euro non è in discussione, ma ora il coraggio di investire»

Fabrizio Saccomanni ci crede al punto da dichiararsi convinto che nemmeno una «solenne affermazione» delle forze contrarie a questa Europa può riuscire a mettere in crisi la tenuta dell’Unione e della moneta unica. Dice l’ex ministro dell’Economia: «I partiti tradizionali, tanto i popolari quanto i socialisti, saranno spinti a impegnarsi a fondo per evitare la deriva populista». 
Inguaribile ottimista.
«Il fronte antieuropeo è vasto ma tutt’altro che compatto. Questo gioca a favore».
Ma non la crisi economica, la disoccupazione record, l’aumento delle distanze sociali. Le argomentazioni euroscettiche fanno sempre più proseliti.
«Lo so bene, e c’è una ragione precisa che non ha a che fare solo con la moneta unica. Il fatto è che il disegno europeista si è fermato dopo il crollo del Muro di Berlino. La Germania si è riunificata e a quel punto è venuto meno lo stimolo a far progredire seriamente il processo di unificazione. Andrebbe ricordato che quando si fece il trattato di Maastricht Helmut Kohl e François Mitterrand proposero un trattato politico parallelo».
Avrebbe evitato tutto ciò?
«Avrebbe evitato almeno questa “zoppìa”, come la chiama Carlo Azeglio Ciampi. Un progetto senza una gamba fondamentale».
Forse i cittadini europei non erano del tutto convinti, visto che molti di loro hanno bocciato la Costituzione europea.
«Quando si decise l’allargamento l’Europa era spaventata dall’immigrazione. Ricorda la sindrome dell’idraulico polacco?»
Quella che terrorizzò i francesi, convinti che con la direttiva Bolkenstein sarebbero arrivati da Varsavia con le chiavi inglesi a portare via il lavoro agli idraulici parigini?
«Proprio quella. L’allargamento doveva essere accompagnato da un rafforzamento politico che purtroppo è mancato».
Non lo vollero gli stessi governi che ora temono l’ondata populista. Si trattava di cedere una fetta importante di sovranità. Se la immagina la Germania di Angela Merkel di fronte a una cosa del genere?
«In Germania non c’è un atteggiamento antieuropeo. Loro sono spaventati dai debiti dei Paesi del Sud. Anche se va chiarito che se ci dev’essere una cessione di sovranità, questo deve riguardare anche loro. Lei mi cita la Germania, ma i sondaggi stanno a dimostrare ormai da tempo che il Paese nel quale l’arretramento dei sentimenti filoeuropei è più accentuato è l’Italia».
Dare all’austerity europea tutta la colpa della crisi è anche molto comodo. Ma c’è da stupirsi se stavolta sono andati a votare così pochi italiani?
«A luglio 2013 il governo Letta di cui facevo parte aveva proposto al Consiglio europeo di farci collettivamente carico della ripresa economica e di gestire il problema della disoccupazione. Però a settembre c’erano le elezioni tedesche, poi ci sono voluti mesi perché la Germania avesse un governo, e questo ha dato l’idea che l’Europa non sia in grado di reagire. Va detto che tutti i centri di opinione oggi propongono come soluzione il rafforzamento dell’Unione».
E torniamo alla «zoppìa» di Ciampi.
«Certo il Parlamento europeo, eletto dai cittadini, dovrebbe avere i poteri classici di un parlamento».
Dopo il risultato di queste elezioni crede possibile l’allentamento dei vincoli di bilancio che invoca anche l’ex presidente della Commissione Romano Prodi?
«Più che un allentamento vedo possibile un maggiore sforzo per aprire spazio agli investimenti. In Europa abbiamo un grande bisogno di infrastrutture. La stessa industria tedesca risente dell’aumento dei costi energetici legati alle scelte fatte dal governo Merkel di puntare solo sulle fonti rinnovabili. Roland Berger ha stimato che nei settori infrastrutturali, dalle reti per l’energia ai trasporti, siano necessari investimenti per mille miliardi di euro, ed è per questa via che si può rilanciare il tema degli eurobond».
Non le chiedo di mettersi nei panni del suo successore Pier Carlo Padoan.
«Lui sa bene quali sono i margini di manovra e le priorità. È normale che in pochi mesi l’enfasi sia stata posta sui problemi interni, anche in chiave preelettorale…»
Ma adesso le elezioni sono passate.
«Ora l’Italia ha l’opportunità di gestire il semestre europeo e inevitabilmente quei temi della crescita e degli investimenti dovranno essere affrontati. Le persone che si occupano di questa agenda sono perfettamente consapevoli. C’è da dire che purtroppo l’Europa ha tempi lunghi».
Più dei nostri?
«La nuova Commissione assumerà i poteri a novembre. C’è da aspettarsi un braccio di ferro sul presidente perché Germania e Francia vorranno certo dire la loro. Ma i risultati di queste elezioni europee peseranno, eccome».

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