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L’euro forte «ringrazia» gli Emergenti

Qualcuno lo dava agonizzante poco più di un anno fa, forse addirittura morto e sepolto. L’euro però è ancora lì, intesa come valuta vigente nell’Eurozona e pure come livello di quotazione: da 12 mesi a questa parte resta saldamente aggrappato a 1,30 dollari, anzi leggermente sopra questo livello come in questi giorni. A lungo si è tentato di fornire una spiegazione a questa sorta di resistenza puntando il dito sulle Banche centrali: nella rincorsa alle «svalutazioni competitive» la Bce è stata fra le poche a non sterilizzare gli interventi e quindi a non stampare moneta. In questo modo ha fornito un sostegno indiretto (e probabilmente neanche voluto) all’euro, che difatti ha tenuto botta nonostante le continue minacce di disgregazione dell’Unione monetaria.
Ora che la Federal Reserve Usa è avviata verso una riduzione dello stimolo monetario (il cosiddetto «tapering») rafforzando quindi il biglietto verde, le cose non stanno cambiando poi molto. È vero che la situazione in Europa è in miglioramento: non si parla più di «spezzatino» e si intrevede la ripresa (ma non in tutti i Paesi, e comunque a un ritmo inferiore rispetto agli Usa). L’euro sembra però viaggiare sempre oltre le proprie possibilità: per UniCredit, per esempio, è sopravvalutato dell’11%, dovrebbe stare un po’ sotto 1,20 dollari quindi.
Uno dei motivi per cui questo non avviene ha probabilmente a che fare con il corposo deflusso di capitali registrato dai Paesi emergenti. Dai primi di maggio, calcola Epfr Global, i fondi azionari e obbligazionari di quell’area hanno registrato un saldo netto negativo per oltre 60 miliardi di dollari: una vera e propria fuga innescata proprio dai timori legati alla prospettiva di una riduzione della liquidità da parte della Fed.
Parte di questo denaro in cerca di rendimenti è stato dirottato verso l’Europa, oggetto a sua volta quindi di una vera «riscoperta». Nello stesso periodo, i fondi bond ed equity specializzati nel Vecchio Continente hanno infatti attirato oltre 14 miliardi di dollari di flussi netti: in pratica è come se un dollaro ogni 4 in fuga dagli emergenti abbia preso la strada dell’Europa. Ai movimenti dei capitali sono poi seguiti quelli dei cambi, l’euro ha tenuto sul dollaro e si è rafforzato su tutte le altre monete emergenti: da inizio maggio la rupia indiana ha perso oltre il 16%, il real brasiliano il 12%, il rand sudafricano il 10%, la lira turca l’11%, per citare i casi più eclatanti, mentre l’indice Jp Morgan che monitora l’andamento delle principali valute emergenti si è ridotto dell’8,1% dai massimi di 4 mesi fa.
Così, quando bond (-8,2% per l’indice Bloomberg Em da inizio maggio) e azioni (-6,2% per l’Msci Em) degli emergenti sono in ritirata, salgono invece le piazze del Vecchio Continente (+4,3% per lo Stoxx 600). Un movimento che piace di sicuro agli investitori, ma che rischia di ritorcersi contro a chi invece vede, per colpa del rafforzamento dell’euro, diminuire la propria competitività sui mercati internazionali. Di fatto la Bce non ha come mandato il controllo della valuta, eppure nella riunione di giovedì scorso Mario Draghi ha ammorbidito i toni. Probabilmente non è un caso.

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