05.12.2023

L’euro digitale avanza, ma interessa solamente a un quarto delle banche

  • Il Sole 24 Ore

La grande maggioranza delle banche europee non considera l’euro digitale. Almeno per adesso. Così può riassumersi il risultato di un report realizzato da Mediobanca Research riguardo alla prossima valuta elettronica della Bce. Gli esperti di Piazzetta Cuccia, sfruttando l’ultima tornata di trimestrali, hanno tastato il polso a 28 istituti di credito del Vecchio continente.

L’analisi ai raggi X si è articolata su un duplice livello. Il primo è quello riguardante i rischi/opportunità – considerati dalle banche – rispetto all’euro digitale. Il secondo, invece, è riferito al possibile impatto della futura moneta elettronica sul modello di business. Ebbene: in generale – scrive Andrea Filtri – un quarto delle società coinvolte nel sondaggio ha ragionato sul da farsi. Di queste, ad esempio, l’11% indica di pensare ad investimenti, in funzione al tema in oggetto, nel prossimo piano d’impresa. Un altro 3%, invece, ipotizza che il suo budget per l’Information technology sia già sufficiente. Infine, un ulteriore 11% non vede la necessità di più grandi spese. La maggiore parte degli istituti di credito (43%), però, non risponde. Mentre il restante 32% è diviso tra chi dice che è troppo presto per prendere posizione (18%) e chi indica di non avere pianificato alcun esborso (14%).

La situazione, in linea di massima, si replica sul fronte dei rischi/opportunità. Qui, all’interno del campione scelto, solamente il 32% del totale vede nella moneta elettronica un’occasione da sfruttare. In che modo? Le opzioni sono molteplici: dal realizzare sistemi di pagamento più integrati ed efficienti all’offrire migliori servizi al cliente fino al possedere strumenti per competere con le FinTech. Con riferimento, invece, alle potenziali sfide gli istituti di credito concentrano l’attenzione (23%) sulla liquidità e la stabilita finanziaria. Oppure sulle “fee income” (14%). Di nuovo, però, la maggior parte delle banche non pare (finora) porsi troppi quesiti rispetto all’euro digitale. Il che sembra quantomeno strano. La stessa Mediobanca Research, in un altro studio, ha calcolato che l’eventuale impatto della moneta elettronica non è contenuto. In base allo scenario considerato, dal meno avverso a quello più problematico, Filtri e il suo gruppo hanno stimato che, se le banche non si danno una mossa, sono a rischio dal 5 fino al 20% degli utili degli istituti di credito. Come dire, quindi, che è forse arrivato il momento di pensare che l’euro digitale non è un’ipotesi irrealizzabile nel futuro.

Il tema della privacy

Fin qui il mondo delle banche commerciali. L’altro grande attore, però, rispetto alla moneta elettronica è, al di là della Bce, il cittadino europeo. Cioè: l’utente finale della valuta digitale. Un soggetto il quale, come ha mostrato un sondaggio online della stessa Banca centrale, ha a cuore soprattutto un tema: la tutela della privacy. Questo aspetto – seppure scarsamente al centro della discussione sui media – è centrale. La riprova? La fornisce un working paper della Bank for International Settlements (Bis). Lo studio è costituito da un’analisi in Internet su un gruppo (oltre 3.500 persone) statisticamente significativo della popolazione nata nella Corea del Sud.

Gli scienziati hanno diviso la ricerca in due parti. La prima prevede uno scenario caratterizzato da una valuta digitale di banca centrale contraddistinta da una triplice opzione. Nel primo caso la moneta elettronica implica che i dati sull’identità personale e sulle transazioni effettuate siano custoditi in un’unica entità. Nel secondo, invece, le due tipologie di informazioni vengono separate. Infine: l’ultima opzione. Qui è ammesso un piccolo ammontare di digital currency il cui utilizzo è completamente anonimo, anche alla stessa autorità anti-riciclaggio (come accade con l’attuale contante). Riguardo, invece, alla seconda parte della ricerca la metà dei partecipanti viene informata che la moneta elettronica consente di impedire l’uso dei dati (personali e sulle transazioni) sia alle banche che alle big tech companies.

Ebbene: tra i molteplici risultati dello studio salta all’occhio un fatto. Cioè che: quando si tratta di acquistare prodotti o servizi sensibili rispetto alla privacy (ad esempio cure psichiatriche), la disponibilità a sfruttare la moneta elettronica cresce nell’ipotesi in cui i dati siano separati o si usi il piccolo ammontare completamente anonimo. In altre parole: più il pagamento con la digital currency garantisce la riservatezza (anche rispetto alle big tech) e maggiore è la propensione al suo utilizzo. Alla fine, quindi, non ci sono solo i temi legati agli istituti di credito, oppure quelli – sensati – che vedono nel contante elettronico lo strumento per ridurre riciclaggio o finanziamento del terrorismo. Importante è anche che la digital currency non diventi strumento per controllare le singole persone e le loro transazioni. Con le derive autoritarie in molti Paesi, nello stesso Occidente, il “Grande Fratello” è dietro l’angolo.