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L’euro brilla sul dollaro debole

di Riccardo Sorrentino

Un nuovo passo verso l'alto. Oltre quota 1,46 dollari. Sospinto dalla rinnovata debolezza del dollaro, l'euro è tornato ieri ai livelli del 15 dicembre 2009, riavvicinandosi a quota 1,47 e al massimo di tre anni fa, a 1,5145, i due livelli considerati critici dagli operatori per aprire una nuova fase.

A colpire è stata però la rapidità del rialzo. In pochissimi giorni, l'euro ha recuperato tutto il terreno perduto: era sceso fino a 1,4155 lunedì scorso, nel giorno in cui la ristrutturazione del debito greco sembrava imminente, persino certa. Ora però, e ancora una volta, il tema dei debiti sovrani appare superato, o almeno messo tra parentesi. L'asta spagnola è andata bene, quella portoghese pure: i titoli erano ben richiesti, sia pure con rendimenti in rialzo. E le voci sul default greco si sono rivelate – per ora – una bolla di sapone o poco più (almeno fino alla prossima dichiarazione di un politico tedesco o di un funzionario di Bruxelles…).

Tutto questo non spiega però la forza del rimbalzo dell'euro, che è legato alla debolezza del dollaro. A confermarlo è il cambio effettivo della valuta Usa, calato fino a 73,375, il minimo dal 6 agosto 2008. È tornato in gioco il differenziale dei tassi, il carburante primo delle correnti più speculative, quelle del carry trade che trovano conveniente indebitarsi in dollari a tassi bassi e poi acquistare asset più redditizi. La valuta Usa ha così perso terreno su ampia scala: mentre l'euro saliva fino a quota 1,4649 – e prima di una correzione verso livelli meno estremi – l'incerta sterlina saliva ai massimi da novembre 2009, il dollaro australiano ai livelli del 1982 e il franco svizzero a quelli del 1971. Persino l'"immobile" yuan, che in realtà è in rialzo del 4,7% da agosto 2010, ha toccato un record a 6,5174 per un dollaro. In parallelo sono salite anche le materie prime: l'oro fino al record a 1.508 dollari, l'argento ai massimi da 31 anni a 46,24 dollari e il Wti a 124 dollari.

A tener sveglia l'attenzione degli investitori è l'avvicinarsi della seduta "storica" della Fed il 27 aprile. Quel giorno il presidente Ben Bernanke esordirà nella prima conferenza stampa trimestrale della Banca centrale e dovrà dare risposte sul tema più sentito del momento, la fine del Quantitative easing 2.

A giugno si interromperanno gli acquisti di titoli Usa. Cosa succederà? Il bilancio Fed inizierà lentamente a ridursi, oppure i titoli in scadenza saranno reinvestiti, magari dedicandosi soprattutto ai Treasury? La prospettiva di una politica fiscale un po' più rigida, portata all'ordine del giorno dal nuovo outlook negativo sui bond della S&P's, ha alimentato l'idea che l'orientamento ultraespansivo possa durare più a lungo di quanto finora immaginato, per controbilanciare la stretta fiscale. La profezia, che spera di autoavverarsi, ha alimentato il carry trade e le vendite di dollari.

Forse i tassi non spiegano tutto, però. La FxPro ha citato, tra i motori del mercato, anche «la disperazione con cui i fondi sovrani e le grandi banche centrali asiatiche e del Medio oriente stanno tentando di ridurre la loro esposizione sul dollaro». Segnali in questo senso non mancano, da tempo. Difficile però individuare la portata reale del fenomeno nel "rumore" generato dal semplice carry trade.

Il vero problema, ora, è che nulla sembra poter frenare la flessione del dollaro. Il tema della crescita, che avrebbe in astratto le potenzialità di sostenere la valuta Usa, sembra ancora lontano dai riflettori degli investitori. Anche se qualche operatore, come Ken Dickson della Standard Life Investment, comincia a pensare che la stretta della Banca centrale europea potrebbe portare l'euro in basso, verso 1,20, e non in alto, per i suoi effetti frenanti sulla ripresa.

Gli unici elementi che rendono ancora "aperta", a due vie, la scommessa sul dollaro sono i crescenti segni di impervenduto, che potrebbero presto frenarne la flessione. Per non sbagliare, il presidente della Bce, Jean-Claude Trichet, ha sommessamente iniziato i suoi interventi verbali, e ha ripetuto che un dollaro forte è nell'interesse degli Stati Uniti. Un modo discreto, e consueto, per dire che l'euro forte non gli piace.

 

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