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Per ogni lettera inviata dal Fisco torna un gettito di 2.200 euro

Il Fisco insiste sulla strategia delle lettere di compliance. Ossia le comunicazioni inviate ai contribuenti per invitarli a sanare preventivamente omissioni o errori. Un’insistenza corroborata dai numeri 2018, che in termini di recupero della lotta all’evasione sta dando i suoi frutti. Nelle casse dell’Erario sono entrati circa 1,5 miliardi di euro, come certificato dalla Corte dei conti nell’ultima relazione sul rendiconto generale dello Stato. Un dato a cui, poi, vanno aggiunti gli 817 milioni di autocorrezioni spontanee dei contribuenti (senza alcun input delle Entrate), che consentono così di arrivare a quasi 2,3 miliardi di euro per tutta la categoria dei ravvedimenti.

Ma quanto vale ogni singola lettera che porta il contribuente a correggere errori o dimenticanze? In media, l’importo di un ravvedimento da compliance è di 2.200 euro. Perché c’è da considerare che sui 2,2 milioni di missive partite dall’amministrazione finanziaria, circa una su tre ha dato luogo a più versamenti fiscali da parte dei contribuenti. Complessivamente, infatti, i ravvedimenti sono stati poco meno di 670mila, considerando gli anni d’imposta dal 2014 al 2018. Fin qui i dati generali.

Ma per spiegare la dinamica in crescita dell’operazione bisogna guardare con attenzione ai nuovi adempimenti introdotti negli ultimi anni. Primo fra tutti l’introduzione della comunicazione delle liquidazioni periodiche Iva (Lipe). Dalle informazioni trasmesse e dal successivo incrocio con i dati dello spesometro fino allo scorso anno (da quest’anno, invece, c’è la fattura elettronica), il Fisco è in grado di rilevare anomalie in tempo reale. «A fronte di complessive 1.086.173 comunicazioni per i periodi d’imposta 2017 e 2018 sono stati conseguiti 193.340 ravvedimenti con un introito di 1.170 milioni di euro», come fa notare la Corte dei conti. Attenzione, però. Nel futuro potrebbe non esserci un trend ulteriormente in crescita. «In prospettiva, il fenomeno del ravvedimento dovrebbe ridursi – mette in evidenza ancora la Corte dei conti – al crescere della capacità di gestire la posizione dei contribuenti utilizzando tempestivamente le diverse informazioni che affluiscono nel sistema informativo». Questo perché proprio con l’obbligo della fattura elettronica e dei corrispettivi telematici (partito il 1° luglio per esercenti e operatori con oltre 400mila euro di volume d’affari e a regime dal 1° gennaio 2020), l’agenzia delle Entrate avrà una fotografia più dettagliata di ogni singolo soggetto, potendo predisporre anche bozze di versamenti, dichiarazioni e registri Iva. Un po’ come accade già dal 2015 per le persone fisiche con la dichiarazione dei redditi precompilata, dove il «no touch» ossia la percentuale di coloro che accettano il conto già predisposto dall’amministrazione finanziaria senza integrazione dei dati è salito al 19,3% nel 2018.

Tornando ai dati delle lettere di compliance, l’impulso dato dalle comunicazioni dei dati delle liquidazioni Iva si comprende meglio attraverso due dati. L’incasso per questa tipologia di alert vale il 79% di tutto quanto recuperato nel 2018 con le lettere. In termini medi, ogni ravvedimento indotto con le liquidazioni periodiche vale poco più di 6mila euro, quasi tre volte tanto il dato medio generale. Un importo superato solo dalle lettere per rilievi sostanziali constatati in sede di verifica esterna, per le quali il ravvedimento, sempre secondo la fotografia scattata dalla Corte dei conti, arriva a superare la soglia dei 7.700 euro.

C’è poi chi decide di non ravvedersi. Nel complesso sono 11.500 gli accertamenti eseguiti dopo le lettere: quasi il 50% riguarda l’omessa o parziale registrazione da parte dei fornitori delle cessioni di beni e delle prestazioni di servizi.

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