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Lettera dei giganti di Internet a Obama: «Basta con lo spionaggio dei nostri dati»

NEW YORK — Un appello ai governi del mondo, e in particolare a quello degli Stati Uniti, affinché limitino le loro attività di spionaggio in rete a tutela delle libertà e della privacy dei cittadini perché «il pendolo si è spostato troppo dalla parte dello Stato allontanandosi da quello della tutela dei diritti dell’individuo». Un’iniziativa delle associazioni per i diritti civili? Macché. Degli attivisti e degli avvocati che difendono il diritto alla riservatezza? Nemmeno.
La sortita — un’imponente iniziativa mediatica che verrà seguita da un pressing lobbistico sul Congresso Usa — è di otto giganti delle tecnologie digitali: società che, quando si parla di tutela della privacy, in genere si ritrovano sul banco degli imputati. Ma stavolta sono loro a guidare la crociata contro gli eccessi di sorveglianza da parte dei corpi investigativi dello Stato. Un’iniziativa «sospetta» per quanto riguarda le reali motivazioni di chi la promuove, ma i cui obiettivi di fondo sono in gran parte condivisibili. E che probabilmente avrà più successo di qualunque manifestazione di movimenti libertari, vista la stazza dei soggetti scesi in campo.
A rivolgersi ai governi e soprattutto alla Casa Bianca e al Congresso di Washington, sono, infatti, Google, Apple, Microsoft, Facebook, Twitter, Yahoo!, Aol e LinkedIn: tutti i giganti americani del web salvo Amazon. Gruppi che sicuramente hanno a cuore la libertà dei cittadini ma la cui sortita è motivata soprattutto dall’interesse economico: se lo spionaggio federale in rete non smette di essere così pervasivo e con la dose quotidiana di rivelazioni diffuse da Edward Snowden dal suo rifugio moscovita, per queste società saranno guai seri. Il timore è quello di perdere il loro principale asset patrimoniale: la fiducia delle centinaia di milioni di utenti che utilizzano i loro social network, motori di ricerca e altri canali digitali.
È da giugno, quando sono arrivate le prime rivelazioni dell’ex contrattista della Nsa, che questi gruppi cercano di correre ai ripari: negano di aver aperto gli archivi digitali allo spionaggio, assicurano di aver collaborato con lo Stato solo quando legalmente obbligati a farlo in indagini criminali o antiterrorismo, annunciano il criptaggio delle loro comunicazioni interne da completare entro il 2014. A quel punto le società della Silicon Valley saranno in grado di proteggersi meglio da incursioni esterne.
Ma lo stillicidio continua e gli utenti sono sempre più diffidenti, preoccupati, scettici. Le società della rete si sono così coalizzate in una «superlobby» nel tentativo di ottenere qualche risultato tangibile. Oltre alle campagne in tv e a pubblicare inserzioni su tutti i giornali, gli otto gruppi hanno messo in piedi un sito web, «Reform Government Surveillance», dal quale diffondono il loro piano per cambiare le regole dei controlli sul web: «Capiamo le esigenze di sicurezza del governo ma crediamo fortemente che le leggi e le pratiche attuali vadano riformate a tutela dei cittadini».
Piano un po’ vago, a dire il vero, più principi che altro: diritti degli individui da difendere e uno Stato che «vuole sapere troppo» da tenere a bada. Ma ci sono anche le stesse multinazionali del web, anch’essere assai intrusive, che accumulano database sterminati: un aspetto totalmente ignorato (per motivi che non è difficile comprendere) dagli animatori della protesta. Che, comunque, con questa loro sollevazione qualcosa certamente otterranno: «Queste aziende hanno una capacità di influenza politica enorme e i loro business sono di grande importanza per l’America», dicono gli attivisti libertari della Electronic Frontier Foundation. «Se fanno sul serio, qualcosa cambierà. Anche perché senza la loro collaborazione è difficile, per il governo, penetrare in profondità e con continuità negli archivi digitali».
Del resto qualche settimana fa e poi di nuovo giovedì scorso in un’intervista televisiva, Barack Obama ha detto di essere orientato a introdurre alcuni limiti all’attività della Nsa sulla base di un esame della sua attività condotta da soggetti indipendenti che sono già al lavoro. Un lavoro che sarà passato anche al vaglio degli esperti di diritti civili.
Certamente qualcosa cambierà, ora che questi gruppi — le imprese americane più avanzate e potenti — si sono convinti di essere stati «traditi» da un governo col quale, pure, avevano collaborato, e vedono messo a rischio il loro modello di business. Ma, anche se accetterà qualche vincolo, lo spionaggio di certo non si fermerà: se le tecnologie sono sempre più intrusive e le imprese di Internet costruiscono giganteschi serbatoi di dati, è inevitabile che l’intelligence cerchi di servirsene, avvertono gli stessi avvocati della privacy.
E non è più soltanto un problema di spionaggio: dall’Irs, il Fisco Usa, che sorveglia i contribuenti usando anche Google Maps e Street View, alle polizie di 33 Stati dell’Unione che esercitano controlli telefonici a tappeto andando molto oltre quanto autorizzato per singoli casi dalla magistratura con la tecnica del cosiddetto «tower dump», le invasioni della privacy si diffondono ovunque, non essendo più percepite come la violazione di un diritto fondamentale.

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