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Letta: tassa sull’eredità ma Draghi lo gela “Non è il momento”

Fosse stata una colonna sonora, quella di ieri per Mario Draghi sarebbe stata Zitti e buoni dei Maneskin. Nel giorno in cui tre partiti di maggioranza — Pd e Lega, oltre ad Articolo1 — presentano pressoché in contemporanea le loro proposte in materia fiscale, il presidente del Consiglio prende la parola e le incenerisce tutte.
A Enrico Letta, che qualche ora prima aveva lanciato l’idea di una dote per i 18enni da 10mila euro — finanziabile con l’aumento della tassa di successione sui patrimoni sopra il milione di euro, chiedendo «alla parte più ricca della popolazione, l’1%, di dare un contributo per aiutare i giovani» — l’ex banchiere centrale replica gelido: «Non ne abbiamo mai parlato, non è il momento di prendere i soldi ai cittadini, ma di darli. L’economia è ancora in recessione». A Matteo Salvini, che aveva invece rispolverato «la flat tax al 15%: tassa piatta, progressiva, che continui a prevedere che chi guadagna di più paghi di più e che chi guadagna di meno paghi di meno» (e pazienza per la contraddizione, ché se una tassa è piatta non può essere progressiva), il premier in conferenza stampa spiega paziente: «Il principio di progressività va preservato, l’ho detto e lo riaffermo, e la riforma fiscale deve contribuire alla crescita». Per poi aggiungere: «Non è tempo di politiche fiscali restrittive». Una risposta indiretta anche al partito di Roberto Speranza, secondo cui andrebbe introdotta una “patrimonialina” sulle proprietà mobiliari e immobiliari con franchigia di 250mila euro.
Una presa di posizione netta, quella di Draghi, per nulla spaventato dalla cacofonia della sua strana coalizione «Il fatto che ci siano punti di vista diversi» per lui non è un problema. «Varie volte nella mia vita mi hanno detto: “Come pensi di farcela?”» sorride. «Abbastanza spesso ce l’ho fatta. Io e questa volta il governo ce la fa. Bisogna avere fiducia e contare sull’aiuto del Parlamento più che guardare alla sua diversità di opinioni come un ostacolo ». Convinto che «quando si disegna una riforma fiscale» l’importante sia confezionare «un pacchetto di riforme coerente e che risponda agli scopi di politica economica ». Senza spezzatini. Con calma e serenità. Ecco perché l’insistenza con cui Salvini continua a candidarlo al Quirinale lo infastidisce: «Trovo estremamente improprio, per essere gentile, che si discuta del Capo dello Stato quando è in carica», graffia il premier. «L’unico autorizzato a parlare del Capo dello Stato è il presidente della Repubblica».
Una doccia fredda, che tuttavia non scoraggia il leader del Pd, deciso a tirare dritto. I giovani della “generazione Covid” sono stati «i più bistrattati dalla pandemia», spiega Letta a stretto giro, «a loro abbiamo chiesto un sacrificio per mettere in sicurezza la parte più fragile della popolazione e oggi dobbiamo ridare indietro» qualcosa. Perciò «abbiamo messo in campo la dote ai 18enni, da finanziare non facendo altro debito, sarebbe una presa in giro perché lo ripagherebbero comunque loro domani, ma attraverso la fascia più ricca con la tassa di successione. Possono permettersela », taglia corto.
Un poderoso intervento di equità sociale e redistribuz ione, subito applaudito da sinistra (con l’ala riformista del Pd rimasta invece in malmostoso silenzio) e contestato da centrodestra e Iv. La “dote” verrebbe infatti assegnata in base all’Isee della famiglia, andrebbe cioè solo alle meno abbienti, e vincolata a tre categorie di spesa: formazione e istruzione; lavoro e piccola imprenditoria; casa e alloggio. Mentre la copertura arriverebbe da una revisione in senso progressivo delle aliquote su successioni e donazioni. Ora ce n’è una soltanto al 4% per i patrimoni superiori al milione di euro, che è la più bassa d’Europa (in Germania è al 30, in Francia al 45): l’idea è introdurne altre, sempre dal milione in su, facendo scattare quella massima (al 20%) oltre i 5 milioni.
«Una proposta irricevibile, con noi al governo non si farà mai», tuona subito FI. «Il Pd è il partito delle tasse», gongola Salvini: «Draghi ha stoppato Letta come Baresi». Secca la replica del vicesegretario Provenzano: «Tassare l’1% più ricco, che eredita milioni di euro o li riceve in dono, non è prendere: è restituire alla società».
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