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Letta sfida Rehn: “Conti in ordine non si permetta di definirsi scettico”

ROMA — È bufera sul commissario europeo Olli Rehn che intervistato da Repubblica ha bocciato l’Italia per il debito pubblico e si è dichiarato «scettico», fino a prova contraria, sulla portata delle misure che il governo intende prendere per iniziare a intaccarlo, dalle privatizzazioni alla spending review. Nel dibattito che si scatena a Roma interviene anche il Capo dello Stato Giorgio Napolitano che, con toni pacati, sottolinea che «a livello delle istituzioni europee si impone una correzione di rotta e un impegno nuovo per promuovere la crescita e l’occupazione ». Il presidente ricorda che «se nel rapporto deficit-Pil possiamo dichiararci soddisfatti e orgogliosamente consapevoli degli sforzi fin qui compiuti per risanare le finanze pubbliche, d’altra parte lo stesso rapporto viene influenzato fatalmente dalla mancata crescita».
Intervistato alla presentazione del libro fotografico dell’Ansa il premier Enrico Letta risponde a muso duro al custode delle finanze pubbliche europee: «Rehn deve essere garante dei Trattati nei quali la parola scetticismo non c’è: quindi non può permettersi di esprimere un concetto di scetticismo ma deve parlare di stabilità ed equilibrio finanziario». E ancora, secondo il presidente del Consiglio «la ripresa va aiutata, non soffocata con troppo rigore. I nostri conti sono in ordine, siamo insieme alla Germania l’unico grande Paese sotto il 3% del deficit, la nostra politica economica è equilibrata, il nostro impegno va premiato, non frustrato». Un riferimento alla decisione firmata 15 giorni fa da Bruxelles di non concedere per via del debito troppo alto i margini di flessibilità (tre miliardi) che l’Italia si aspettava di incassare dopo la chiusura della procedura per deficit eccessivo di giugno. Un passo che certamente avrebbe rasserenato il clima tra Roma e Bruxelles e avrebbe dato l’impressione ai cittadini che gli sforzi di austerità vengono premiati, cambiando la percezione delle autorità Ue. Così facendo invece, ricorda Letta, il prossimo giugno Rehn potrebbe trovarsi «un Europarlamento pieno di populisti ed euroscettici ». Poi l’affondo: «Rehn parli di scetticismo da candidato al Parlamento europeo, ma si tolga
la giacca da commissario» anche perché «da europeista voglio mettere in guardia rispetto al rischio che l’Europa non è scontata, non è data per sempre e secondo me è profondamente a rischio ».
Da Bruxelles il portavoce di Rehn cerca di abbassare i toni, dice che «il realistico scetticismo è un approccio che applichiamo a tutti i paesi e deriva dalle passate esperienze sulla tendenza degli Stati a sovrastimare gli introiti futuri derivanti dalle privatizzazioni » facendo capire che i provvedimenti italiani verranno valutati dopo la loro attuazione e a quel punto si vedrà se concedere la flessibilità sugli investimenti per ora negata. Dal canto suo il ministro dell’Economia Saccomanni, in trasferta a New York, sottolinea che «in quello che ha detto Rehn non c’è niente di nuovo, non c’è nessuna richiesta di misure correttive ». Ma questo non placa Brunetta, che a nome di Forza Italia torna a chiedere le dimissioni del titolare del Tesoro. E nel dibattito interviene anche Matteo Renzi, per il quale quello che dice l’Europa «non è il vangelo», le sue sono parole «da campagna elettorale (Rehn aspira alla presidenza della Commissione, ndr) e sono lontane dalla realtà dei fatti ». Per il favorito alla segreteria del Pd «l’Italia deve uscire dalla subalternità» e mettendo a posto i conti e riducendo i costi della politica deve «assolutamente ridiscutere il tetto del 3%, un parametro che risale al trattato di Maastricht del 1992, un modello economico che non esiste più. Col piffero che non posso fare una scuola perché c’è il Patto di Stabilità». Un giudizio più distaccato arriva invece da Romano Prodi. Per l’ex premier ed ex presidente della Commissione quella di Rehn «è una dichiarazione severa, ma ha dei fondamenti di verità visto che non abbiamo fatto alcune cose sulle quali ci eravamo impegnati».

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