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Letta resiste all’assedio: no a interessi di parte

ROMA — Ha lavorato tutto il giorno chino sui dossier economici, anche per non pensare troppo ai giudici chiusi in camera di consiglio. E alle sette di sera, quando Saccomanni, Franceschini e Bray hanno lasciato Palazzo Chigi, Enrico Letta si è chiuso nel suo studio davanti alla tv e ha aspettato, da solo, la lettura della sentenza. Stato d’animo? «Per quanto possibile sereno e tranquillo», si ostinano a descriverlo i collaboratori più stretti. «Consapevole della complessità della situazione» eppure determinato ad andare avanti, in ogni caso. «Non ci sarà nessun terremoto…», prevede il capo del governo.
Per settimane Letta ha fatto scongiuri, assicurando di non aver paura del giudizio della suprema corte su Berlusconi. Ma non appena il verdetto piomba sulle prime pagine online dei maggiori quotidiani internazionali, il presidente del Consiglio si trova a dover fare i conti con il drammatico cambiamento di scenario, imposto da una sentenza netta e definitiva come forse nemmeno lui si aspettava. E due ore dopo la notizia che ha fatto il giro del mondo, l’ufficio stampa di Palazzo Chigi condensa in cinque righe la linea della «piena adesione» alle parole di Napolitano. Un comunicato sintetico, dal quale però trapela l’evidente preoccupazione che gli «interessi di parte» finiscano per tirar giù il suo governo.
Se nei giorni scorsi il leitmotiv del premier era «le sentenze non si commentano», ora Letta dice che «la strada maestra è il rispetto per la magistratura e per le sue sentenze». Una frase cesellata dopo una telefonata con Epifani, una frase tesa a rassicurare tutto il Pd. Il secondo messaggio è rivolto all’intera maggioranza, ai falchi del Pdl come ai democratici più in sofferenza: «Per il bene del Paese è necessario ora che, anche nel legittimo dibattito interno alle forze politiche, il clima di serenità e l’approccio istituzionale facciano prevalere in tutti l’interesse dell’Italia rispetto agli interessi di parte». È un modo per dire che le condizioni che hanno portato alle larghe intese non si sono indebolite, ma rafforzate. La crisi economica non allenta la presa e senza una nuova legge elettorale il voto anticipato farebbe ripiombare il Paese nello stallo politico. Prima di tornare alle urne, è il ragionamento del premier, bisogna liberarsi del Porcellum e risolvere i problemi che assillano gli italiani. Cosa che lui sente di aver cominciato a fare, incardinando le riforme istituzionali e prendendo per le corna il toro della disoccupazione. «Sarebbe un guaio se l’esperienza di questo governo dovesse interrompersi — spiegano nell’entourage del premier — Non certo per Letta, ma per i problemi sul tappeto».
Adesso il governo è a rischio e lui è il primo a saperlo, sa quanto sarà arduo tenere separate la vicenda giudiziaria da quella politica, con uno dei principali azionisti di maggioranza condannato per frode fiscale. Ma la vita e la morte dell’esecutivo non sono nelle sue mani e, non avendo alcun margine di azione, Letta altro non può fare che tirare dritto, «continuando a lavorare bene come ci chiedono i cittadini». I sondaggi che si vanno accumulando sul suo tavolo lo danno in crescita quanto a fiducia personale, l’85 per cento degli italiani vuole la stabilità politica e si aspetta risposte sull’occupazione e questa, per il capo del governo, è l’unica polizza assicurativa possibile, oltre all’asse con Giorgio Napolitano. Ieri l’inquilino del Quirinale e quello di Palazzo Chigi si sono sentiti al telefono e hanno parlato a lungo. Non solo delle possibili conseguenze della sentenza sulla tenuta dell’esecutivo, ma anche dell’impalcatura programmatica e dell’idea di inserire il delicatissimo capitolo giustizia nell’agenda delle riforme.
Può sembrare un’immagine studiata, eppure Letta ha passato gran parte della giornata a ragionare di programmi e cose da fare, dal viaggio dell’11 e 12 agosto in Azerbaijan e Afghanistan, al semestre di presidenza italiana in Europa. Con Saccomanni ha cercato la quadra sull’Imu, con Franceschini ha fatto il punto sui provvedimenti all’esame delle Camere e con Bray ha limato il pacchetto di provvedimenti sulla cultura che oggi sarà all’esame del Consiglio dei ministri, una serie di norme che a Letta stanno molto a cuore e che riguardano Pompei e altri siti importanti per il turismo. Tra Pd e Pdl la tensione è altissima, sulla nomina dei democratici Sandro Gozi e Federica Mogherini al vertice delle delegazioni Ue e Nato si è sfiorata la crisi col Pdl. Eppure Ettore Rosato, vicino a Dario Franceschini, è convinto che non succederà niente: «Il Pd stacca la spina? Ma no… La condanna di Berlusconi è già stata assorbita».

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