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Letta: “Non escludo aumenti dell’Iva”

ROMA — L’aumento dell’Iva non è da escludere, al contrario. La questione è «troppo complicata » per poter essere ottimisti e la necessità di tener fede agli impegni presi sui conti pubblici spinge semmai, in tutt’altra direzione. A confermare che il rialzo dell’aliquota, dopo gli ultimi rinvii, resta un questione sul tavolo del governo è lo stesso Letta, ma l’ipotesi di un intervento «selettivo » è messa nero su bianco anche nell’Agenda della crescita.
«Non posso escludere che ci sarà un aumento — ha ammesso ieri il premier parlando del futuro dell’imposta a Porta a porta—il tema è molto complicato e non si tratta di un decisione che assumiamo noi: l’aumento è stato deciso due anni fa e confermato l’anno scorso, i soldi di queste entrate sono già stati spesi». «Quel che possiamo dire è che faremo una riforma» ha quindi annunciato Letta, precisando che il blocco del rialzo Iva e il taglio al cuneo fiscale non sono due ipotesi da considerarsi in alternativa.
«La legge di stabilità avrà a cuore un intervento sulle tasse sul lavoro» ha invece puntualizzato, e questo non solo «per alleviare il peso delle famiglie», ma anche per spingere sui contratti a tempo indeterminato.
Ma un’indicazione di spostare il carico fiscale dal lavoro ai consumi è di fatto contenuta anche nella bozza del programma di riforma (intitolata appunto «Un’agenda per la crescita») che accompagnerà l’aggiornamento del Documento di economia e finanza. «E’ necessario rivedere l’ambito d’applicazione delle esenzioni e aliquote ridotte del-l’Iva e delle agevolazioni fiscali dirette» vi si legge. Il che potrebbe voler dire che l’ipotesi sulla quale si sta lavorando prevede una «selezione» dei beni per i quali passare dal 21 al 22 per cento e di quelli sui quali mantenere invece l’aliquota più bassa del 4 per cento (fra le possibilità di cui si parla quella di mantenere al 21 per cento l’Iva sui telefonini e di aumentare invece quella oggi minima su concessioni televisive e lenti correttive).
Ma dibattito fiscale a parte, c’è un altro tema sul quale il governo è intenzionato a procedere: la questione stavolta è sociale e riguarda le fasce più deboli della popolazione. Sta infatti avanzando l’idea di arrivare anche in Italia ad un “reddito d’inclusione” quale misura volta a ostacolare
l’avanzare della povertà. Domani il gruppo di studio istituito ad hoc al Ministero del lavoro presenterà al Senato le sue proposte di contrasto alla miseria, puntando in particolare sul «reddito d’inclusione», intervento previsto, in varie forme, in tutti gli altri paesi dell’Europa, Grecia Bulgaria a parte. La proposta, che raccoglierebbe i consensi del ministro del Lavoro Enrico Giovannini, specificherebbe anche le forme di copertura finanziaria e dovrebbe orientarsi verso un piano quadriennale sul quale investire 6 miliardi, una prima tranche dei quali da stanziare nella legge di stabilità che dovrà essere varata entro la metà di ottobre. La proposta del gruppo di esperti non sarebbe troppo lontana da quella a suo tempo avanzata da Acli e Caritas che chiedeva, già per il 2014, un aiuto per 375 mila famiglie.

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