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Letta: daremo certezze per i prossimi tre anni

ROMA — Il premier Letta tranquillizza. Quella varata oggi dal Consiglio dei ministri sarà una legge di Stabilità che «metterà i conti in ordine», confermando deficit e debito in discesa. E che interverrà «sul lungo periodo», perché «ci sono le condizioni per dare certezze ai lavoratori per i prossimi tre anni». Tutto bene, dunque? A giudicare dalla vigilia e dalla “guerra delle bozze” andata in scena ieri, sembrerebbe proprio di no.
Con il ministro Franceschini prima («Anticipazioni infondate»), il ministero dell’Economia poi, tramite comunicato ufficiale («I resoconti preventivi non corrispondono al disegno di legge» finale), in palese affanno nel tentativo di arginare le anticipazioni delle agenzie di stampa su pesantissimi tagli alla sanità per oltre 4 miliardi nel triennio.
«I dettagli si sapranno domani», stemperava Saccomanni, appena arrivato in Lussemburgo per l’Eurogruppo. «L’obiettivo è chiaramente quello di rilanciare la crescita e gli investimenti, di ridurre gli oneri fiscali sul lavoro e sulle imprese». Mentre sulla sanità, aggiungeva il ministro dell’Economia, senza tuttavia negare i tagli, «siamo in contatto con i presidenti delle Regioni e penso che alla fine si troverà una soluzione equa per tutti». Parole che rimbalzavano a Roma, ma non placavano il ministro della Salute Lorenzin (Pdl): «Se i tagli fossero così grandi e confermati, andrebbero ridiscussi, perché non sarebbero più sostenibili né l’assistenza ospedaliera né l’erogazione dei farmaci. Il Sistema sanitario nazionale non può sopportare altri sacrifici, dopo i 22 miliardi tagliati negli ultimi sei anni».
La temperatura politica è così salita. Il ministro Delrio (Pd), fiutato il nervosismo crescente anche tra le Regioni («Non sono possibili altri tagli sulla sanità », avvertiva il presidente della Conferenza delle Regioni, Errani) e nelle file del Pd («Il governo rispetti gli impegni sulla sanità»), provava a spegnere il fuoco: «Stiamo lavorando per evitare tagli agli enti locali e alla sanità». Nel frattempo Scelta Civica, l’alleato inquieto dell’esecutivo Letta, reclamava «impegni concreti», chiedendo al governo, tramite Mario Monti, di siglare un «contratto di coalizione e legislatura» fondato sul risanamento dei conti e le riforme per la crescita:
spending review, liberalizzazioni, abolizione delle province, riduzione del cuneo fiscale. Altrimenti, «caro presidente», Scelta Civica si chiama fuori dalla maggioranza.

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