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Letta concilia? Gli avvocati si dividono

Punto e a capo. Dopo anni di battaglie e barricate, sentenze e appelli, la mediazione obbligatoria ritorna in campo grazie all’ultimo decreto approvato la scorsa settimana dal governo Letta. Ci sono voluti quasi nove mesi. La durata di un parto, per la rinascita della conciliazione italiana.
L’obiettivo
Le norme approvate all’ultimo Consiglio dei ministri e inserite nel cosiddetto «decreto del fare» ripristinano l’istituto della mediazione obbligatoria in modo da smaltire l’arretrato delle cause civili e velocizzare la macchina della giustizia. Il tutto però con qualche accorgimento rispetto alla vecchia formula. Il percorso della mediazione infatti si era interrotto quando la Consulta (pur ravvisando soprattutto un eccesso di delega nel decreto legislativo 28/2010) ha dichiarato incostituzionale l’obbligatorietà causando, di fatto, la «morte» della mediazione, obbligatoria e non.
La soluzione elaborata dai tecnici del ministero è quella di un incontro filtro tra le parti e il mediatore: se anche una sola delle parti ritiene non vi siano le condizioni per arrivare a un accordo, la mediazione s’interrompe subito e le parti possono rivolgersi al giudice. L’incontro filtro deve avvenire entro 30 giorni dall’avvio della mediazione: durata massima del tentativo di conciliazione, per chi proprio non ne vuole sapere di mediare. Alcuni ritengono che la mediazione non sia più obbligatoria, perché le parti devono decidere se procedere o meno passato l’incontro filtro. Attraverso questo accorgimento, lo strumento permetterà di selezionare le liti in cui la mediazione ha chance di successo da quelle destinate a finire a sentenza.
La spaccatura
Ma l’incontro-filtro piace anche a molti avvocati, perché incentiva la qualità: di fronte a un organismo o a un mediatore inadeguato, la parte convocata si può alzare subito senza conseguenze negative.
Malgrado tutto però, come era nelle attese, parte dell’avvocatura organizzata ha ripreso a tuonare contro ogni forma di obbligatorietà, sebbene una soluzione come quella approvata, punti a ridurre la quantità delle materie obbligatorie. Non bisogna dimenticare che dal raggio d’azione della nuova mediazione rimangono escluse le cause derivanti da incidenti stradali (settore che sta molto a cuore ai civilisti perché rappresenta una parte del loro fatturato).
A schierarsi nettamente contro la svolta del governo è il Consiglio nazionale forense: il presidente Guido Alpa non ha mancato di esprimere «sconcerto» per la reintroduzione della obbligatorietà della mediazione che, a suo parere, mantiene i vizi di anti costituzionalità e che rimane inefficace anche se si introduce l’iscrizione di diritto degli avvocati nel registro dei mediatori.
Ma la spaccatura esiste: c’è una consistente parte dell’avvocatura disposta ad accettare questa nuova forma di mediazione obbligatoria ma non troppo. Alla luce di ciò, la speranza è che il ministro della Giustizia convochi un tavolo, perché sulla necessità di modificare alcune norme, quale l’accreditamento automatico degli avvocati come mediatori, sono tutti d’accordo. Nel frattempo, l’Europa torna a guardare all’Italia, dalla quale attende l’entrata a regime di un modello di mediazione che, in passato, era stato definito una best practice europea. Si vedrà a partire da settembre. Sempre che in Parlamento non vi siano altre sorprese.

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