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Letta avverte: non mi faccio logorare

BOLZANO — «Letta? È convinto che il suo governo durerà molto più di quanto qualcuno pensi…». Il presidente della Provincia di Bolzano, Luis Durnwalder, esce dall’incontro con il premier felice per la firma di quel «miracolo» che è per lui il protocollo d’intesa con il governo. E anche piuttosto divertito per aver scoperto che, in piena burrasca, il capo dell’esecutivo non ha l’aria di uno che stia per affondare. Lo dice lui stesso, tornato da Pisa abbronzato e disteso, quando parla dei suoi «primi cento giorni» e quando rilancia i 18 mesi di cronoprogramma come la «prima tappa» delle larghe intese: «Pur con le tante difficoltà politiche che sono sotto gli occhi di tutti, io sono determinatissimo, con le maniche rimboccate». Non ha paura di farsi logorare? «Il logoramento ci sarà quando non potremo più compiere fatti».
Come Berlusconi, Letta non molla. «Venderemo cara la pelle…» sintetizzano lo stato d’animo i collaboratori del premier, confermando la linea della resistenza a oltranza. Il che non vuol dire restare abbarbicati alla seggiola di Palazzo Chigi, ma puntellare l’esecutivo con i paletti delle riforme: «Non sono interessato a lavorare per un giorno in più».
Dal vertice con Epifani il premier è uscito convinto che il Pdl continuerà ad alzare la posta su tutto e che il vero rischio sia la palude, che finirebbe per sommergere anche i democratici. «Non intendo vivacchiare — ha ribadito Letta al segretario —. Se ci sono le condizioni per risolvere i problemi si va avanti, altrimenti tutti a casa». Vuole dalla sua maggioranza un appoggio pieno e un «cambio di passo» sulla legge di stabilità per rilanciare l’economia, approfittando di uno spread stabile al ribasso. Gli chiedono se non tema il ribollire del Pd contro l’alleanza con un condannato e lui, in «sintonia totale» con Epifani, rimanda alla direzione di giovedì, «convinto che il Pd confermerà l’impegno a realizzare il programma di governo».
Ma Epifani di Berlusconi non si fida, teme che il partito gli sfugga di mano e avvisa il Pdl: «Le polemiche sono andate oltre il segno e oltre il dovuto». Mercoledì sarà il giorno di Matteo Renzi, che tornerà in scena dalle feste del Pd. Giovedì il leader riunirà la direzione e Letta parlerà al partito, chiederà ai democratici di star lontani dal gioco dei veti incrociati. Lui nelle larghe intese ci crede ancora e pronuncia persino la parola «ottimismo», che gli deriva «da una serie di sensazioni legate a fatti concreti».
Da Visco e Saccomanni ha avuto conferma dei primi segnali di ripresa. «Ma la ripresa — ammonisce i partiti — ha bisogno di stabilità, la stabilità ha bisogno di comportamenti responsabili da parte di tutti. Il Paese non può permettersi una crisi politica dagli esiti incerti». È il fantasma di una crisi al buio, l’incubo che Letta esorcizza glissando ogni volta che i cronisti domandano di Berlusconi e della riforma della giustizia. Il programma non la prevede e nella trama dei suoi ragionamenti non si intravvede la minima apertura a qualsivoglia forma di salvacondotto per il Cavaliere. Letta sa bene che il Pd non reggerebbe l’onda d’urto di un confronto parlamentare sul tema e chiude, limitandosi a sperare che «ci sia la possibilità di agire su tutte le questioni su cui il Parlamento vorrà agire».
Consapevole che il governo è appeso al sistema nervoso del Cavaliere, Letta ha fretta di mettere in sicurezza la legge elettorale: «Va cambiata nei tempi più rapidi possibile, perché in caso di nuove elezioni quella che abbiamo porterebbe ancora instabilità e frammentazione». Un modo elegante per dire che, in caso di crisi, Napolitano non scioglierà le Camere e che per abbattere il Porcellum bastano i voti di Pd, M5S e Scelta civica.
Per non rallentare il cammino delle riforme il governo lavorerà «senza soluzione di continuità» fermandosi solo dal 13 al 16 agosto, forse le ferie più brevi nella storia di Palazzo Chigi. E oggi, altro segnale di cauta fiducia, va online il minisito sui primi 101 giorni del governo, con una premessa politica di Letta: «Ce la possiamo fare». A sera, quando lascia il Palazzo della Provincia, lo accoglie la mini protesta organizzata da Micaela Biancofiore, sorpresa per lo «sgarbo politico» che ritiene di aver subito: «Letta e Delrio sono a Bolzano, ma la sottoscritta non è stata invitata».

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