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L’età dell’oro per la consulenza: ricavi raddoppiati per i big

La chiave di volta è la digital transformation. Un elemento, questo, che rappresenta l’ingrediente principe della ricetta della felicità che sembra aver trovato il settore della consulenza che, per dirla con le parole del presidente di Confindustria Assoconsult e ad di Mercer Italia, Marco Valerio Morelli, cresce «con percentuali simili a quelle delle economie fast growing, se pensiamo invece alle difficoltà del nostro Pil, dal 2000 cresciuto con una media dello 0,2% annuo».

Numeri e cifre derivano dall’Osservatorio sul management consulting in Italia. «Questo Osservatorio, arrivato al decimo anno di vita e frutto della nostra collaborazione con l’Università di Tor Vergata, ci racconta un settore quantomai in salute, in grado negli anni di essere un fattore abilitante allo sviluppo del Paese» conferma Morelli che guida l’associazione di Confindustria che racchiude le società di consulenza di management (PwC, Accenture, Deloitte, Bip, Mercer, Kpmg, solo per citarne alcune).

I numeri esprimono con chiarezza il vento in poppa di un management consulting che sta vivendo un’età dell’oro e che nel 2018 ha inanellato il quinto anno consecutivo di crescita. Il fatturato, di circa 4,5 miliardi di euro, è infatti migliorato dell’8,6% e quello del 2018 è un miglioramento più sostenuto di quello registrato nel 2017 (+7,8%). Per il 2019 l’incremento stimato è del 7,9 per cento. «L’Osservatorio – aggiunge il presidente di Confindustria Assoconsult – evidenzia i molti punti di forza del nostro settore. La consulenza è motore dei processi di digitalizzazione, è incubatore dell’Industria 4.0, è lo strumento principe di change management e benchmarking, sviluppa capitale professionale, accelera l’innovazione di processo». Che il driver di sviluppo sia la trasformazione digitalelo dimostra sicuramente il fatto che l’It abbia aumentato il suo peso sul fatturato generale passando dal 20,2% del 2017 al 21,8% del 2018. La classifica dei settori d’attività è invece guidata dall’industria (34,2% del fatturato totale), seguita dai servizi finanziari (30,6%).

A trainare il gruppo è il nocciolo delle grandi società, quelle con più di 50 addetti che sono 35 su un totale di quasi 23mila e che realizzano il 55% del fatturato (nel 2010 valevano il 41%). Per loro i ricavi sono più che raddoppiati dal 2010 (contro un +59% del fatturato generale), chiudendo molto meglio delle circa 450 medie (10-49 addetti) e delle oltre 2.600 piccole (3-9 addetti), entrambe cresciute fra il 30 e il 40%. Il divario è ancora maggiore con le quasi 20mila microsocietà con meno di 3 addetti, che fra alti e bassi non hanno visto miglioramenti nel loro volume d’affari dal 2010.

La maggiore domanda ha portato, inevitabilmente, anche una crescita dell’occupazione nel settore in cui nel 2018 erano impiegate 44.850 persone (+7,5%). Di questi i “professional” (i consulenti veri e propri depurati quindi dalle figure legate a marketing, Hr, amministrazione o supporto) sono 38.900. Anche in questo caso, sui professional la crescita maggiore è appannaggio delle grandi società. Comunque in generale la richiesta non manca e ogni anno a entrare in circolo nel settore sono circa 3.300 laureati dalle università specializzate.

Sarebbe tuttavia sbagliato pensare che manchino aree problematiche. Il confronto con gli altri Paesi ne rappresenta una prima evidenza. Il peso del settore sul Pil è pari allo 0,26% che è di gran lunga più basso di realtà come Germania (1,09%) o Gran Bretagna (0,42%). «Un altro punto d’attenzione – aggiunge Morelli – sta nel basso peso della spesa in management consulting nella Pubblica amministrazione rispetto ad altri paesi europei quali Francia, Uk, Spagna. Noi di Assoconsult auspichiamo un grande programma di trasformazione della Pa che ci vedrebbe al fianco delle istituzioni e delle amministrazioni senza esitare un attimo».

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