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L’estate calda di Draghi pronto ad aumentare gli acquisti di titoli scudo a Roma e Madrid

Spetta ancora una volta a Mario Draghi, secondo un numero crescente di osservatori l’unico vero statista in questa partita drammatica, il compito di tenere a galla l’Europa monetaria sconvolta da una tempesta senza precedenti. Il capo della Bce è impegnato su due fronti. Tenere sotto attento monitoraggio le prime avvisaglie di contagio nei Paesi più esposti, Italia e Spagna, e cercare di riprendere per la coda la situazione greca. Perciò Draghi ha per prima cosa chiarito che l’ombrello fondamentale, il quantitative easing, potrà essere ampliato in entità e durata a favore della “sponda sud” per tenere sotto controllo i tassi che tendono a impennarsi. La “sponda nord”, dove- per la fuga verso la qualità che è l’essenza del contagio (per ora è meglio chiamarlo incertezza) – i tassi viceversa scendono, non ha nessun bisogno degli aiuti della Bce in questo momento.
Quindi per l’estate nessuna diminuzione degli acquisti com’era previsto, anzi probabilmente il superamento del livello medio di 60 miliardi al mese. Dopo si vedrà, e in qualche modo i Paesi “periferici” potranno restituire la cortesia a quelli core . «La Bce è determinata a usare tutti gli strumenti disponibili per evitare liquidity accident », scrive la Barclays. E quindi all’occorrenza può ripristinare gli Ltro e gli altri strumenti di intervento, non esclusi in ultima istanza gli Omt (acquisti illimitati di bond). Per ora comunque il sistema Europa può contare su una liquidità bancaria di oltre 400 miliardi. Da tempo poi gli uomini della Bce consigliavano a quelli del Tesoro italiano di cogliere il momento di tassi bassi per fare più aste possibili. Infatti fra gennaio e aprile l’Italia ha superato il 42% del suo programma annuale (350 miliardi) aumentando la durata dei buoni per offrire rendimenti migliori ma comunque contenuti. Il tutto torna comodo ora che la tempesta si è scatenata e bisogna limitare le emissioni allo stretto indispensabile.
Altrettanto importante per Draghi è tenere a galla la Grecia. Con un diktat esplicito, però: frenate la fuga dei capitali. Così si spiega – con la chiusura degli sportelli e il limite di 60 euro ai bancomat – il congelamento degli
Emergency liquidity agreement , unica forma di finanziamento rimasta (moneta creata elettronicamente all’interno della Grecia sotto controllo della Bce). Teoricamente è una passività, dovrebbero cioè essere restituitia Francoforte per tenere il controllo delle masse monetarie, di fatto una volta creati scompaiono nel gorgo della crisi greca. Per questo la Bce li ha bloccati a 89 miliardi, in un Paese che ha 230 miliardi di Pil. Se Draghi avesse esteso gli Ela e non avesse insistito per i controlli , le banche non avrebbero chiuso e il canale di finanziamento si sarebbe trasformato in un fiume in piena di fuga dei capitali. Continueranno a uscire, ma almeno non attraverso le banche con gli euro della Bce.
Anche perché le quattro maggiori banche, che equivalgono al sistema creditizio greco, sotto tutela Bce in quanto parte dell’unione bancaria, cominciano ad avvicinarsi alla soglia di pericolo: la Piraeus aveva al 31 marzo depositi per 46,5 miliardi (-15% su fine 2014), la Eurobank per 34,9 miliardi (-13%) la National Bank of Greece 60,4 (-9%), e la Alpha Bank 36 (-13,9%). E a fine giugno i fondi sono diminuiti ancora moltissimo, insufficienti per poterli dare in garanzia un domani alle aste di finanziamento della Bce. Tutto questo nella visione del Draghi-statista equivale a una forte pressione verso Tsipras perché riapra il negoziato. Per ora è inutile che chieda di essere ammessa al Qe perché manca il presupposto, cioè titoli marketable da vendere.
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