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L’esperto “Ma i nostri dati non vanno regalati all’estero”

«Nel campo dei servizi più usati su smartphone abbiamo regalato i nostri dati ad aziende non europee. Mi sembra chiaro che ora non si voglia fare lo stesso errore con il cloud e in particolare con la pubblica amministrazione». Alessandro Piva, direttore dell’Osservatorio cloud transformation del Politecnico di Milano, nonché del neonato tavolo di lavoro sul cloud per la Pa, racconta così l’operazione voluta dal governo Draghi in fatto di infrastrutture digitali.Professore, partiamo dalle basi.Cos’è esattamente il cloud?«Sono servizi offerti attraverso il Web con una serie di caratteristiche: vi possono accedere più persone; la loro capacità e velocità può essere aumentata in automatico aggiungendo risorse di calcolo; la conservazione e l’elaborazione delle informazioni avviene in remoto, sui computer di un centro dati, e non su quello di chi usa il servizio».Ogni volta che ci colleghiamo a Facebook, Spotify, Zoom, TikTok o Netflix sfruttiamo il cloud. Qui però parliamo di una partita diversa.«Esatto. Quella è la parte software, ne fanno parte la posta elettronica come lo streaming. Poi c’è il cloud chiamato “pubblico”, quello fornito da aziende come Amazon, Microsoft e Google che hanno buona parte del mercato, a società private e pubbliche. Infine c’è il “community cloud” con infrastruttura e servizi costruiti per esigenze specifiche, una piattaforma di una banca che ha molte filiali ad esempio o quella degli ospedali. In Italia ora si guarda soprattutto alla pubblica amministrazione».Due anni fa Germania e Francia hanno lanciato il progetto Gaia-X, dicendo di volere una sovranità dei dati europea. Le stiamo seguendo?«Gaia-X è un insieme di linee guida su come soggetti pubblici e privati debbano scambiare e conservare i dati. Sono state pensate per proteggere le informazioni degli europei e dei loro enti. L’Italia condivide questo approccio. Di qui l’idea che la pubblica amministrazione debba abbracciare il cloud appoggiandosi al Polo strategico nazionale. Sarà questo a fornire l’infrastruttura con 35 datacenter scelti dall’Agenzia per l’Italia Digitale. Sono quelli che avrebbero le caratteristiche adeguate di sicurezza e affidabilità selezionati sui 1247 censiti. L’altra strada, non necessariamente alternativa, è di usare invece servizi commerciali iniziando a quelli dei colossi del Web, ma con particolari requisiti di sicurezza».Come si sta facendo in Francia per paura del Cloud Act americano, che permetterebbe al governo Usa di avere accesso a qualsiasi dato gestito in Europa da un cloud provider statunitense?«In Francia l’idea è di usare infrastrutture europee e, se necessario, solo tecnologie su licenza di compagnie esterne. In pratica un software all’avanguardia che gestisce il data center può essere anche americano, ma viene installato sotto il completo controllo europeo. Un approccio che da una parte permette di avere la migliore tecnologia, dall’altro garantisce la sicurezza».È d’accordo?«Il fatto che i dati rimangano in Europa è fondamentale. Tutta l’infrastruttura cloud di oggi è in mano quasi solo ad aziende statunitensi. Non è unicamente un tema che riguarda la sicurezza, ma anche di riconquistare una sovranità tecnologica ed economica».«L’intelligenza artificiale (Ai), che è un campo strategico, si basa ad esempio su grandi quantità di dati.Se quelle informazioni, che vengono tutte dai servizi cloud, sono in poche mani saranno solo loro a poter sviluppare Ai di alto livello. In prospettiva il cloud è una chiave per la creazione di una parte importante della tecnologia che useremo domani. A differenza delle nostre compagnie, le multinazionali hi-tech statunitensi e cinesi hanno la capacità di fare ricerca ad altissimo livello anche grazie alla disponibilità immediata di un numero enorme di informazioni digitali».

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