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«L’esame della Bce rilancerà il credito»

Il più italiano dei banchieri centrali tedeschi è ottimista sull’Italia. Jörg Asmussen, 46 anni, membro del consiglio esecutivo della Bce, trascorse un paio d’anni a Milano nei primi anni 90 studiando per un master in Business administration (stasera riceverà il premio “bocconiano dell’anno”): è convinto che l’Italia possa uscire dalla crisi grazie alle sue forti capacità imprenditoriali. Ma, avvisa, non può fare passi indietro sul risanamento dei conti e deve adottare riforme strutturali per recuperare competitività e tornare a crescere. Degli anni milanesi gli è rimasta una conoscenza dell’italiano, che ogni tanto – rivela – usa con il presidente Mario Draghi, del quale è un alleato prezioso a fronte della frequente opposizione della Bundesbank.
Asmussen ritiene che la carta migliore della Bce per far ripartire il credito, che tanto manca all’economia reale, sia la valutazione approfondita delle banche lanciata mercoledì. Quanto all’euro forte, lamentato dalle imprese, osserva che il cambio non è obiettivo della Bce e non lo preoccupa, se non nei riflessi sull’inflazione.
Lunedì scorso a Bolzano, Lei ha incontrato gli imprenditori italiani e tedeschi di Confindustria e Bdi. La struttura delle due economie ha molte somiglianze, ma la Germania va bene e l’Italia va male. Perché?
Ci sono somiglianze chiare: il peso della manifattura (anche se in Germania negli ultimi anni è aumentato, mentre in Italia è calato), la grande importanza delle piccole e medie imprese. La differenza cruciale fra le Pmi, che spiega in parte i problemi attuali dell’Italia, è che quelle italiane, in media, sono molto più piccole di quelle tedesche. Questo le rende più flessibili, ma rende anche più difficile finanziare l’innovazione e sfruttare i mercati esteri. Di certo, la situazione dei conti pubblici è molto diversa, e così l’evoluzione della competitività. Un dato colpisce: tra il 1999 e il 2012 il costo del lavoro nominale per unità di prodotto è aumentato un po’ più del 36% in Italia e meno del 10% in Germania.
Come spiega la situazione e come va corretta?
Non c’è una spiegazione sola. La dimensione relativamente più piccola delle imprese è una: le italiane hanno difficoltà a sfruttare nuovi mercati, come il Sud-est asiatico. Ma ci sono diverse ragioni: l’evoluzione avversa di prezzi e costi; la demografia, peggiore in Italia che in Germania; la mancanza di crescita della produttività totale dei fattori. E c’è un problema nel sistema educativo. Dal 1999, l’Italia ha perso il 30% delle quote di mercato del suo export, la Germania ha guadagnato il 20%. Sul fronte dei conti pubblici, è stato fatto molto, specie sotto il Governo Monti, e non deve essere disfatto. Monti ha anche avviato una riforma del mercato del lavoro. Ma l’attenzione in Italia dovrebbe essere ora concentrata sulle riforme strutturali: c’è bisogno di alimentare l’innovazione e migliorare la competitività. Questa è l’agenda davanti al Paese. Ma, avendoci vissuto due anni, anche se vent’anni fa, sono ottimista che si possa fare.
Le imprese italiane lamentano la scarsità e il costo del credito, specialmente per le Pmi. Cosa può fare la Bce?
Ci sono diverse ragioni per cui le banche non prestano alle imprese. Quando il ciclo economico è debole, le imprese chiedono meno credito. Ma ci sono anche limitazioni all’offerta. Sarà molto importante la prossima valutazione approfondita delle banche condotta dalla Bce: l’esame della qualità degli attivi e lo stress test. L’Europa è in ritardo sugli Stati Uniti nella ripulitura dei bilanci bancari e secondo me i prestiti all’economia reale torneranno ai livelli che vogliamo solo se avremo bilanci bancari puliti. Se le banche siedono su un grosso ammontare di sofferenze o non hanno capitale sufficiente, non presteranno. Questo elemento dell’unione bancaria è cruciale. La Bce lo farà prima di assumere la vigilanza ed è la condizione perché il credito riparta.
È questo il contributo più importante, più di un ribasso dei tassi, o di una nuova fornitura di liquidità?
In generale, ci sono tre ragioni per cui le banche non prestano: la mancanza di liquidità, e questo, in media, non è il caso dell’Eurozona, visto che le banche stanno rimborsando le altre due Ltro; la mancanza di capitale, che non può essere risolta dalla Bce, ma spetta agli azionisti e, se ciò non è possibile, ai fondi pubblici; l’aumento dell’avversione al rischio. Noi forniamo liquidità e faremo la valutazione approfondita delle banche.
La mancanza di crescita resta un problema enorme. Da dove verrà la crescita dell’Eurozona?
Nel secondo trimestre, l’area euro è uscita dalla recessione dopo sei trimestri. È una buona notizia, ma è una ripresa molto, molto graduale, fragile, disuguale e con rischi al ribasso. La principale fonte di crescita futura sono le riforme strutturali per favorire la crescita. Guardiamo sempre al nostro interno: cosa fa la Germania, nei confronti dell’Italia, o della Francia. Ma la domanda chiave è: come possiamo competere, noi europei, nell’economia globale del 21° secolo, dove abbiamo nuovi concorrenti, molto più forti di 10 o 20 anni fa? Dobbiamo cooperare molto di più, approfondire il mercato unico, unire le forze con fusioni transfrontaliere, anche nelle banche. L’obiettivo finale è creare posti di lavoro. La disoccupazione a questi livelli è inaccettabile. Un giovane su quattro in Europa è senza lavoro. Dato che le riforme strutturali chiedono tempo, dobbiamo ricorrere a politiche attive del mercato del lavoro, come la formazione professionale. O si rischia una generazione perduta.
La poca crescita viene dall’export. Le imprese italiane e tedesche hanno sollevato la questione dell’euro forte.
La nostra risposta su questo non muta. Non abbiamo un obiettivo esplicito per il cambio. Teniamo conto del cambio nelle nostre previsioni sulla crescita e l’inflazione.
Ma è troppo alto, sopravvalutato, vi preoccupa?
In termini nominali e in termini effettivi reali, che è quello che più conta, siamo dentro una fascia che abbiamo visto negli ultimi 10 anni. Non ho una preoccupazione specifica sul cambio, mi preoccupa solo in quanto è un elemento della nostra previsione d’inflazione.
Lei è coinvolto direttamente nel negoziato sull’unione bancaria. C’è stato l’accordo sulla vigilanza, ma sulla risoluzione restano grandi differenze. Il tempo sta per scadere, per la fine della legislatura del Parlamento europeo, a metà 2014, e l’incertezza sulla formazione del Governo in Germania, che ritarderà le decisioni.
Vogliamo un’unione bancaria che includa un meccanismo di risoluzione unico per le banche con tre elementi: un regime europeo, un fondo europeo e un’autorità europea. E vogliamo che sia pronto in prossimità dell’inizio della vigilanza europea nel novembre 2014. È un programma ambizioso ma fattibile. Il Parlamento europeo smetterà di lavorare in aprile. Questo significa approvare la legislazione prima. Per questo, da una prospettiva europea, è così importante che un grande Paese membro formi un governo in tempi brevi. Così potremo avere una posizione del Consiglio europeo che apra la strada alla legislazione. Questo, a mio avviso, è il compito più grosso che abbiamo davanti nei prossimi mesi. È della massima importanza, fornirà un contributo chiave a ridurre la frammentazione dell’area dell’euro.
La Germania dice che ci vuole una revisione del Trattato per una singola autorità di risoluzione e non concorda sull’uso del fondo Esm per ricapitalizzare le banche.
Vogliamo un regime unico, un fondo unico e un’agenzia unica. Gli avvocati della Bce sono d’accordo sulla legittimità della proposta della Commissione per un regime di risoluzione europeo. Questo è contestato dal Governo tedesco e andrà risolto. È collegato alla questione di chi sarà l’autorità di risoluzione: non può e non deve essere la Bce, che fa la vigilanza. La questione più difficile, perché riguarda i soldi, è il fondo di risoluzione. Dobbiamo avere un fondo unico, finanziato da una tassa sulle banche. Ma ci vorrà tempo perché accumuli le risorse necessarie, diciamo 10 anni: nel frattempo, ci deve essere una rete di sicurezza pubblica, un backstop. Negli Stati Uniti, l’agenzia di risoluzione è la Fdic, che ha una linea di credito permanente presso il Tesoro. L’Esm può essere il backstop fiscale dell’agenzia di risoluzione europea. Questo richiederà una modifica del Trattato dell’Esm: un ostacolo più basso di una modifica dei Trattati europei. Penso sia fattibile prima che scada il Parlamento europeo.

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