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L’eredità post separazione non aumenta l’assegno all’ex

Nessun incremento per l’assegno divorzile, in favore dell’ex coniuge, può derivare dalle fortune ereditate, post separazione, dal marito. E l’incidenza dell’eredità è diversa secondo che si tratti del mantenimento dell’ex o di quello dei figli. Sono i princìpi stabiliti nella sentenza n. 581/2015 della Prima sezione del Tribunale di Roma, giudice Donatella Galterio.
Più precisamente, gli incrementi patrimoniali, anche rilevanti, intervenuti successivamente alla separazione nella disponibilità dell’ex coniuge tenuto a versare l’assegno divorzile (il marito, nel caso esaminato con la sentenza) non sono elementi che concorrono alla determinazione del suo onere. Diverso ragionamento s’impone in riferimento alla misura del contributo dovuto da ogni genitore in favore dei figli: sotto questo aspetto, l’incremento patrimoniale assicurato dai lasciti ereditari comporta una riconsiderazione in aumento del relativo contributo.
Il principio era stato già affermato dalla Cassazione e ora viene confermato chiaramente dal Tribunale di Roma, come naturale conseguenza della corretta interpretazione dell’articolo 5 della legge 898/1970. La norma dispone che l’assegno deve essere comunque rapportato al tenore di vita. La sentenza ricorda che l’aggettivo «adeguato» utilizzato nell’articolo 5 a proposito dell’assegno è stato univocamente interpretato dalla giurisprudenza come quello relativo al tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale. Tenore che sarebbe proseguito in caso di continuazione del legame o che «poteva legittimamente o ragionevolmente configurarsi, sulla base delle aspettative maturate nel corso del rapporto».
«Il riferimento alle aspettative del coniuge beneficiario – prosegue poi il giudice – …deve essere ancorato all’attività lavorativa» dell’ex coniuge obbligato, quindi alle sole prospettive di miglioramento economico a questa legate, comunque tali da configurarsi come un ragionevole sviluppo di situazioni lavorative preesistenti, le uniche idonee a costituire la catena causa-effetto su cui fondare la prognosi di prevedibilità.
Le successioni ereditarie in capo all’onerato, verificatesi dopo la cessazione della convivenza, sono «eventi imprevedibili» ed in ogni caso non idonei a essere valutati come base per un incremento dell’assegno divorzile, perché privi di collegamento a pregresse situazioni. Viceversa, ove l’incremento patrimoniale ereditario dovesse intervenire in capo all’ex coniuge beneficiario dell’assegno, questa novità non potrebbe non essere considerata come base per una riduzione o per un venire meno dell’obbligo di contribuzione divorzile: in questo caso, si attenua o viene meno l’inadeguatezza delle risorse economiche del beneficiario stesso, che era alla base dell’obbligo di corrispondergli un assegno.
Deve essere rigettata, pertanto, l’istanza di incremento. Ma non di meno deve essere affermato il diritto di godere di un assegno divorzile sul presupposto della durata «relativamente lunga sia della convivenza coniugale che del vincolo matrimoniale, tale da aver precluso alla moglie la concreta possibilità di uno stabile inquadramento lavorativo», attesa la condizione di casalinga ricoperta dalla beneficiaria nel suddetto periodo.
Speculare e diverso ragionamento deve infine essere svoltosulla misura dell’assegno comunque dovuto dal genitore in favore dei figli. Nella determinazione giudiziale del relativo onere, questo deve essere ancorato al «principio di proporzionalità del reddito percepito da ciascun genitore», così come ribadito dal testo del nuovo articolo 337-ter del Codice civile. Di conseguenza, «gli incrementi patrimoniali acquisiti dal padre per effetto delle vicende successorie concorrono a tutti gli effetti alla quantificazione del reddito» paterno, cui commisurare il contributo dovuto.
L’evidente disparità delle condizioni economiche dei due genitori, infine, è il motivo che ha convinto il Tribunale a prevedere il carico integrale, in capo al padre, ell’onere delle spese straordinarie per i figli.

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