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L’Eni taglia spese e investimenti ma non la cedola

Annunciare la strategia trentennale otto giorni prima dell’esplosione di una pandemia (in sincrono al crollo del greggio) non è un giochetto. Ieri Eni ha ritoccato di nuovo, da quell’ormai lontano 28 febbraio, gli obiettivi di breve termine. Un taglio agli investimenti operativi del 25% per 2 miliardi e una limata ai costi per 400 milioni quest’anno, con meno investimenti per circa un terzo nel 2021 rispetto a quanto stimava il piano. Per questo la produzione si fermerà «tra 1,8 e 1,84 milioni di barili al giorno», dagli 1,87 milioni 2019 e contro il +3,5% annuo stimato fino al 2025, prima di ridurre le fonti fossili e trasformarsi per gradi in una major basata su gas e rinnovabili. Le ambizioni di lungo termine sembrano intatte, ma riscrivere qualche passaggio nel mezzo pareva inevitabile: lo stanno peraltro facendo le rivali Eni ai due lati dell’Atlantico. Gli interventi «servono a difendere la solidità del bilancio e del dividendo, preservando al contempo i più alti standard di sicurezza», ha detto l’ad Claudio Descalzi. Giorni fa l’Eni aveva congelato il riacquisto di azioni per 400 milioni, altra forma di remunerazione agli azionisti annunciata. Con il crollo di oltre 4 euro patito in un mese, gli 8,72 di ieri garantiscono comunque rendimenti vicini al 10%.

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