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L’Eni scommette sull’energia stellare Positivi i primi test

Per i puristi non va chiamata fusione nucleare, ma fusione a confinamento magnetico. Poco importa, l’obiettivo è comunque quello di ottenere una forma di energia, senza scorie e senza emissioni inquinanti, ancora più “concentrata” e potente rispetto alle attuali centrali atomiche. E come? Riproducendo quanto accade nel Sole e in tutte le stelle con la fusione di due atomi di idrogeno.La ricerca è in corso in tutto il mondo e ieri da Boston è arrivato un annuncio che i protagonisti ritengono essere un passo avanti importante per il passaggio dalla ricerca alla fase industriale. Commonwealth Fusion Systems, società nata all’interno del Mit (Massachusetts Institute of Technology), di cui Eni è il maggiore azionista, ha comunicato di aver «condotto con successo il primo test al mondo del magnete con tecnologia superconduttiva che assicurerà il confinamento del plasma nel processo di fusione magnetica».Tradotto significa che per sviluppare la fusione sono stati utilizzati materiali che possono raggiungere temperature molto più elevate. In particolare – come si legge in una nota – stiamo parlando di «elettromagneti di nuova generazione per gestire e confinare il plasma, ovvero la miscela di deuterio e trizio portata a temperature altissime da fasci di onde elettromagnetiche» e che ha dimostrato «la possibilità di assicurare l’innesco e il controllo del processo di fusione».Gli osservatori più critici potrebbero osservare che ci vorranno anni prima che si possa avere una produzione di energia, per di più a livello “dimostrativo”. Del resto lo ammette la stessa società di Boston e lo conferma anche Eni: l’obiettivo è di riuscirci nei prossimi dieci anni. Ma questi sono i tempi della ricerca. E si tratta di una scommessa che la società controllata dal Tesoro è obbligata a percorrere, oltre a accelerare gli investimenti nelle rinnovabili tradizionali, visto che la Ue metterà fuori mercato tutte le big oil company entro il 2050, con un primo “tagliando” (la riduzione del 55% delle emissioni di CO 2 ) entro il 2030.Per associazioni e think tank ambientalisti, Eni non sta accelerando abbastanza verso la green economy, e sottolineano come proseguono gli investimenti e le scoperte nei giacimenti di idrocarburi (l’ultimo, solo pochi giorni fa, al largo della Costa d’Avorio). Tenendo conto che i rubinetti di gas e petrolio non si chiudono domattina, una risposta seppur indiretta è arrivata proprio ieri dall’amministratore delegato Claudio Descalzi che ha così commentato l’annuncio arrivato dai laboratori della società nata dai ricercatori del Mit e nella quale Eni ha investito a partire dal 2018: «Per Eni, la fusione a confinamento magnetico occupa un ruolo centrale nella ricerca tecnologica finalizzata al percorso di decarbonizzazione, in quanto potrà consentire all’umanità di disporre di grandi quantità di energia prodotta in modo sicuro, pulito e virtualmente inesauribile e senza emissioni di gas serra, cambiando per sempre il paradigma della generazione di energia e contribuendo a una svolta epocale nella direzione del progresso umano e della qualità della vita. Il risultato straordinario ottenuto durante il test – sostiene ancora il manager – dimostra ancora una volta l’importanza strategica delle nostre partnership di ricerca nel settore energetico e il nostro contributo allo sviluppo di tecnologie game changer».

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