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L’Eni all’Ilva: paghi o gas sospeso

Dal 29 dicembre Ilva rischia di ritrovarsi senza fornitura di gas. In una lettera datata 1° dicembre l’Eni, fornitore della più grande acciaieria d’Europa, ha segnalato al committente che da quella data si troverà costretta a sospendere l’erogazione del metano perché scadrà il servizio di emergenza con il quale il colosso di San Donato in questi ultimi tre mesi ha provveduto ad approvvigionare l’impianto di Taranto. Significherebbe l’immediata chiusura dell’area a caldo perché gli altiforni non avrebbero la materia prima per bruciare il rottame ferroso necessario per produrre l’acciaio liquido. Di più: comporterebbe il blocco delle cokerie e l’azzeramento della produzione con contestuale demolizione della struttura e almeno due anni di lavori per farla tornare a regime. 
Nel ginepraio Ilva, oggetto di un possibile decreto del Consiglio dei ministri (l’ipotesi è che sia “calendarizzato” il giorno prima di Natale, il 24 dicembre) per permettere all’acciaieria di entrare in amministrazione straordinaria, ora subentra anche la corsa contro il tempo per evitare che si arresti l’attività d’impresa. D’altronde il rapporto tra Eni ed Ilva è di vecchia data e si è incrinato parallelamente alle difficoltà di cassa dello stabilimento di proprietà dei Riva (e degli Amenduni). Si è avvitato nei fatti a luglio scorso quando Eni ha chiesto ad Ilva una garanzia fidejussoria di circa 250 milioni di euro (i costi del consumo annuale di gas dello stabilimento) per rinnovare il contratto per il 2015. Constatata l’impossibilità da parte della commissariata Ilva di fornire tutte le credenziali di affidabilità creditizia «non è stato possibile per Eni formulare una proposta commerciale di fornitura di gas a decorrere dal 1° ottobre 2014», recita una nota del gruppo presieduto da Emma Marcegaglia. Pertanto Ilva si è trovata costretta ad aderire a un regime di fornitura di «default» che consente 90 giorni di tempo per fornire le garanzie e nell’attesa continuare a ricevere la materia prima.
Questa fase – cominciata il primo ottobre scorso e in scadenza appunto il 29 dicembre – la stessa Eni è stata individuata dall’Autorità per l’energia elettrica come fornitrice di emergenza dell’acciaieria. Ecco perché qualche giorno fa l’amministratore delegato del Cane a sei zampe, Claudio Descalzi, ha incontrato il ministro dello Sviluppo Economico, Federica Guidi, ricordandole anche la questione energetica dell’impianto tarantino finora rimasta sottesa. Un dossier arrivato anche a Palazzo Chigi che starebbe lavorando anche su questo per consentire alla «newco» che uscirà dallo spacchettamento di Ilva a seguito della procedura di amministrazione straordinaria (per ora possibile solo per i grandi gruppi in stato di insolvenza) di firmare un nuovo contratto commerciale con un gestore energetico.
Tema che di certo non è sfuggito al commissario dimissionario, Piero Gnudi, che oggi sarà ascoltato in Commissione congiunta Attività produttive e Ambiente alla Camera. Un passaggio necessario soprattutto per le opere di risanamento ambientale dell’Ilva, le quali prevedono (per legge) investimenti per 1,8 miliardi di euro e che hanno scoraggiato molti possibili acquirenti che in questi mesi avrebbero potuto manifestare un interesse per lo stabilimento siderurgico. Il paradosso ora è che in caso di blocco della fornitura di gas (e di chiusura dell’area a caldo) potrebbero persino non essere più necessarie quelle risorse. Perché si dovrebbe ripensare daccapo l’Ilva, smantellare l’esistente e ripartire.

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