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L’Enel esce dal nucleare francese

PARIGI — Proprio all’indomani del vertice italo-francese di Lione che ha celebrato i legami strettissimi tra i due Paesi, strappo nel settore energetico: Enel ha rotto ieri la partnership con Edf nel nucleare, interrompendo la collaborazione cominciata nel novembre 2007. La società italiana riavrà indietro l’ammontare totale del suo investimento, ossia 613 milioni di euro più interessi; e le azioni del colosso francese hanno fatto registrare ieri la peggiore performance di tutta la Borsa di Parigi, chiudendo a 13,97 euro cioè meno 2,3%.
Enel abbandona dunque la quota del 12,5% nel progetto del reattore nucleare Epr (European Pressurized Reactor) di Flamanville, in Normandia, e negli altri cinque impianti da realizzare in Francia. Lunedì sera Edf aveva annunciato che il preventivo per la costruzione dell’Epr di Flamanville («Flamanville 3») aumentava di altri due miliardi, raggiungendo quota 8,5 contro i 3,3 previsti inizialmente nel 2005. «La realizzazione di Flamanville 3 ha subito ritardi e incrementi nei costi — si legge nella nota Enel —. Questa situazione è aggravata dalla significativa flessione nella domanda di energia elettrica e dall’incerta tempistica per ulteriori investimenti nel nucleare in Francia. Inoltre, il referendum del giugno 2011 in Italia, che ha impedito lo sviluppo dell’energia nucleare nel Paese, ha ridotto la rilevanza strategica dell’intero accordo di collaborazione con Edf». Enel resta invece presente in Spagna, tramite Endesa, e in Slovacchia dove possiede il 66% della Slovenske Elektrarne che gestisce la centrale di Mochovce.
La rinuncia italiana è un colpo duro per la Francia. «In un certo senso, le ultime 24 ore hanno ucciso il nucleare francese — ha detto a Les Echos Per Lekander, analista di Ubs —. Con costi simili l’esportazione della tecnologia Epr è impossibile, e il ritiro del maggiore partner straniero è un pessimo segnale». Oltre a quello di Flamanville, altri tre impianti Epr sono in costruzione, tutti afflitti da ritardi e lievitazione dei prezzi: uno in Finlandia e due in Cina. Edf sta poi trattando con il governo britannico per l’avvio di due impianti nel Regno Unito e spera di vendere altri due reattori in India, ma crescono i dubbi sul futuro di una tecnologia giudicata molto sicura ma troppo costosa.
Negli ultimi anni il nucleare, uno dei fiori all’occhiello dell’industria della Francia, ha raccolto una preoccupante serie di insuccessi: per esempio a Abu Dhabi nel 2009, quando per la costruzione di quattro centrali gli Emirati arabi uniti preferirono l’offerta sudcoreana. Da allora Parigi, sotto la presidenza Sarkozy, è intervenuta per riorganizzare tutta la filiera, ridimensionando il peso della Areva di Anne Lauvergeon per mettere il potere nelle mani della Edf di Henri Proglio. E la catastrofe di Fukushima, paradossalmente, sembrava potere rilanciare l’Epr, molto più dispendioso dei concorrenti ma dotato delle migliori garanzie di sicurezza.
La ministra Delphine Batho (Ecologia ed energia) ha assicurato ieri che Flamanville comincerà a funzionare come previsto nel 2016, ma i verdi (parte della stessa maggioranza in Parlamento) chiedono al presidente Hollande di rinunciare a un progetto «il cui destino è segnato». In ogni caso «nessuna tensione con la Francia», assicura il nostro ministro per lo Sviluppo economico, Corrado Passera. «Enel ha valutato che l’investimento fatto non era in linea con le sue aspettative, e avendo l’opzione di uscire l’ha esercitata».

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