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L’elusione fiscale diventa reato

 di Debora Alberici 

L'abuso del diritto approda a pieno titolo anche nel processo penale. Infatti, l'elusione fiscale diventa anche un reato se il contribuente ha violato le specifiche norme antielusive sancite, appunto, dall'articolo 37-bis del dpr 600 del 1973, superando la soglia di punibilità sancita per l'evasione fiscale. Particolarmente rilevante è l'infedeltà dichiarativa.

A questa innovativa e perentoria soluzione è giunta la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 7739 del 28 febbraio 2012, ha riaperto il processo penale a carico dei noti stilisti Dolce&Gabbana che avevano ceduto il marchio a una società lussemburghese, un caso di cosiddetta esterovestizione. Ma non è tutto. All'inizio delle lunghissime motivazioni gli Ermellini precisano inoltre che la frode fiscale, l'evasione e l'elusione sono condotte che non possono essere punite anche per truffa aggravata ai danni dello stato. Una pronuncia che in un certo senso sdogana lo strumento dell'elusione fiscale anche in sede penale, non senza, però fissare paletti imponenti. Infatti nel passaggio chiave delle motivazioni si legge che «non qualunque condotta elusiva ai fini fiscali può assumere rilevanza penale ma solo quella che corrisponde ad una specifica ipotesi di elusione espressamente prevista dalla legge». Prima di tutto il Supremo collegio ribadisce l'indipendenza fra il giudizio civile e quello penale. Prima di condannare un contribuente per comportamenti elusivi, punibili per lo più con il reato di dichiarazione infedele (articolo 4 del dlgs 74 del 2000), il magistrato dovrà valutare le prove avvalendosi dei principi a presidio del contenzioso penale. Sul punto in sentenza si legge che «se le fattispecie criminose sono incentrate sul momento della dichiarazione fiscale e si concretizzano nell'infedeltà dichiarativa, il comportamento elusivo non può essere considerato tout court penalmente irrilevante. Se il bene tutelato dal nuovo regime fiscale è la corretta percezione del tributo, l'ambito di applicazione delle norme incriminatrici ben può coinvolgere quelle condotte che siano idonee a determinare una riduzione o una esclusione della base imponibile».

Ma non solo. È anche necessario che sia stata superata la sogli di punibilità prevista dalla legge per l'evasione fiscale. E infatti ad avviso del Collegio di legittimità il tribunale dovrà accertare anche l'elemento psicologico del reato, «costituito dal fine di evadere le imposte sui redditi o sul valore aggiunto, che deve poter essere positivamente riscontrato dal giudice». Dunque per aversi la realizzazione della fattispecie penale «occorre che si raggiunta la relativa soglia di punibilità minima per l'imposta evasa». Fra l'altro la determinazione di tale soglia quantitativa compete esclusivamente al giudice penale, che potrebbe arrivare a conclusioni diverse da quelle alle quali è pervenuta l'amministrazione finanziaria».

Insomma sulla base di questi nuovi principi è stato riaperto il processo a carico degli stilisti milanesi che erano stati accusati per truffa aggravata ai danni dello stato e dichiarazione infedele. Il Gup del capoluogo lombardo aveva archiviato le accuse ritenendo che la cessione del marchio a una società lussemburghese non fosse simulata e soprattutto non avesse rilievo penale, né sul fronte della truffa né su quello dell'evasione e dell'elusione. Ora la Cassazione, accogliendo il ricorso presentato dalla procura meneghina, ha riaperto il caso rinviando al tribunale e riaprendo la strada per una possibile condanna. Con una eccezione, però, la truffa aggravata. Questo reato non è contestabile neppure secondo la seconda sezione penale del Palazzaccio che, sul punto, ha archiviato definitivamente ogni accusa. Per sapere se i due imprenditori saranno condannati o meno per elusione fiscale bisognerà attendere il verdetto dei giudici di merito che ora dovranno allinearsi ai principi sanciti in sede di legittimità.

Di diverso avviso il Pg della Cassazione che aveva chiesto di dichiarare inammissibile il ricorso dell'accusa milanese.

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