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L’Eliseo in difesa di Air France

Il giorno dopo, la Francia intera stenta a riprendersi dallo shock provocato dalle drammatiche immagini della caccia all’uomo di Roissy, dell’aggressione ai dirigenti di ir France costretti a scavalcare le reti di protezione dell’aeroporto – con gli abiti a brandelli – per sfuggire a una folla inferocita. E pian piano prende coscienza del devastante impatto che quelle fotografie e quei video avranno sull’immagine internazionale del Paese.
«Quando il dialogo sociale è interrotto dalle violenze, da contestazioni che assumono forme inaccettabili – ha detto il presidente François Hollande – si capisce bene quali conseguenze possono esserci per l’attrattività della Francia».
«Sono immagini che fanno del male all’intero Paese», ha dal canto suo dichiarato il premier Manuel Valls a margine di un incontro, presso la sede della compagnia al Charles De Gaulle, con i due manager aggrediti lunedì mattina durante l’irruzione di alcune centinaia di manifestanti nella sala in cui era in corso la riunione sindacale sul nuovo piano di ristrutturazione di Air France.
«Queste azioni – ha aggiunto Valls – sono opera di canaglie, di mascalzoni che dovranno essere severamente puniti». E che una volta identificati saranno ovviamente licenziati, oltre a dover rispondere davanti alla magistratura che ha aperto un’inchiesta.
Ma il giorno dopo è anche quello in cui più o meno tutti gli attori di questa dolorosa vicenda – la società, il Governo che rappresenta anche lo Stato azionista (largamente il primo, con il 17,6%) e le stesse organizzazioni sindacali che sollecitano l’intervento dell’Esecutivo – cercano, almeno a parole, di riannodare il filo del confronto.
Anche perché potrebbe trattarsi davvero dell’ultimo round per evitare il declino della compagnia. E perché tutti sono in qualche modo corresponsabili della gravissima situazione di oggi. I sindacati – quello dei piloti in testa – per la loro difesa dello statu quo, resistenti a ogni cambiamento radicale. La compagnia, che pure con la fusione del 2004 con l’olandese Klm aveva anticipato le scelte strategiche delle grandi alleanze, per non aver saputo attrezzarsi in tempo di fronte alla concorrenza sul breve e medio raggio delle low cost (ritenute all’inizio, errore clamoroso, un fenomeno passeggero destinato al fallimento) e a quella delle compagnie del Golfo sul lungo raggio. Il Governo – di qualunque colore fosse – che ha sempre spinto la società a comprare la pace sociale quando invece si doveva avere il coraggio di ristrutturare (e c’erano le risorse finanziarie per farlo).
Il risultato è che Air France chiude da sette anni i bilanci in rosso, perdendo continuamente terreno rispetto alle dirette concorrenti europee: Iag (British-Iberia, con il Qatar grande azionista) e Lufthansa. Basti ricordare che se la compagnia francese ha chiuso il primo semestre con perdite per 232 milioni, Iag ha registrato utili per 550 milioni e la compagnia tedesca poco di meno.
E adesso non c’è più tempo. O Air France e i suoi sindacati trovano la strada per realizzare i necessari recuperi di produttività (anche se certo è comprensibile che da parte sindacale ci sia una certa sfiducia nei confronti di un’azienda che ha già varato due piani di riduzione dei costi sostenendo ogni volta che sarebbe stato l’ultimo) oppure si può seriamente delineare la prospettiva che Air France, almeno come compagnia autonoma, esca dalla partita tra i grandi del settore.

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