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Lehman, l’America si scoprì fragile quella crisi è ancora tra noi

15 settembre 2008. È il giorno degli “scatoloni” alla Lehman Brothers, un’immagine destinata a fare il giro del mondo. Le foto e i video tristemente celebri riprendono i dipendenti della banca di Wall Street (ma col quartier generale a Mid-town Manhattan vicino al MoMa) mentre riempiono le scatole di cartone con i loro effetti personali e se ne vanno a piedi sulla Settima Avenue. Da rampanti trader a disoccupati, sia pure in giacca e cravatta. Licenziati per fallimento. Loro, sono tra quelli che pagano di persona.
Dieci anni dopo il crac della Lehman, noi siamo ancora “dentro” quella crisi, per gli effetti di lungo periodo che ha generato.
Tra cui – scusate se è poco – Donald Trump alla Casa Bianca; e la crisi del progetto europeo. A conferma di quanto il crac Lehman sia terribilmente attuale: ci si divide ancora oggi sull’interpretazione di quell’evento. Se George Bush fosse stato lo Herbert Hoover dei nostri tempi, se avesse prevalso il laissez-faire che inizialmente accolse il crac del 1929, forse la crisi sarebbe stata molto peggiore… ma non avremmo avuto l’onda nazionalpopulista?
Se i leader europei avessero capito e ammesso subito che quella crisi era anche loro, forse non sarebbe stata colpevolizzata la piccola Grecia per le malefatte delle banche tedesche; e tutta la vicenda dell’Eurozona avrebbe preso un’altra piega?
Quel 15 settembre si forma un assembramento di curiosi, accorrono operatori tv da tutto il mondo, sulla Settima Avenue. Ma il crac di Lehman, che viene abbandonata alla procedura del Chapter 11 (bancarotta) senza salvataggio pubblico, crea un tale spavento che rimarrà un’eccezione. Da quel momento infatti scatta una disperata corsa contro il tempo per limitare i fallimenti a catena tra gli altri colossi bancari americani. Nel giro di poche ore i convulsi negoziati tra il governo Bush, la banca centrale diretta da Ben Bernanke e i big di Wall Street hanno prodotto un drammatico fiasco, e un potenziale colpo di scena positivo. Da una parte Lehman non ha trovato acquirenti ed è condannata alla liquidazione fallimentare. Sparisce dopo 158 anni di storia. Dall’altra Bank of America è disposta a salvare, acquistandola, un’altra gloriosa istituzione sull’orlo del crac: Merrill Lynch.
La crisi è talmente grave che l’ex presidente della Federal Reserve Alan Greenspan la definisce «un evento che si verifica una sola volta in un secolo». Ormai solo il Tesoro può ancora mobilitare dei capitali. Ma il Tesoro degli Stati Uniti, nella persona di Henry Paulson, in quei giorni vive una prova durissima. Ha tentato di scongiurare il crac annunciato della Lehman Brothers, quarta banca d’investimento di Wall Street con 25.000 dipendenti. Al terzo giorno di consultazioni tese e frenetiche con tutti i maggiori banchieri d’America, più alcuni europei e asiatici, Paulson ha dovuto incassare un’umiliazione.
L’ipotesi di lavoro fino a quel momento era stata la divisione in due del “cadavere” Lehman Brothers. Da una parte quel poco di attività ancora sane e redditizie, da vendere al migliore offerente.
Dall’altra una bad bank da costituire infilandoci dentro tutto il patrimonio a rischio: degli attivi finanziari dal valore così dubbio che gli esperti li definiscono “toxic assets”, un termine più adatto a descrivere una discarica di rifiuti contaminati dalla diossina. La “cattiva banca”, nelle speranze del Tesoro, doveva essere salvata con l’intervento di tutti i principali attori di Wall Street. Convocati nella sede della Federal Reserve di New York per tre interminabili giornate di trattative: Citigroup, JP Morgan Chase, Morgan Stanley e Barclays si sono tirati indietro. Il vertice d’emergenza nel weekend non ha trovato alternative a una liquidazione fallimentare. E dietro il crac di Lehman già si profilano all’orizzonte altre possibili bancarotte. Nessuno si commuove troppo per la sorte di quei disoccupati sulla Settima Strada: la scena degli scatoloni è straziante, sì, ma i trader fanno parte di un mondo dorato che fino a poco tempo prima ha distribuito bonus milionari. E tuttavia il loro castigo esemplare precipita i tempi di una crisi di panico globale. Se ne fallisce una così grossa, allora nessuna banca è davvero sicura. E sono tutte talmente collegate fra loro, che il cedimento dell’anello debole può devastare l’intero sistema. In effetti quella scena non si ripeterà. Lehman è prima ed ultima a pagare in quel modo. La lezione estratta da quel panico è: non ci sarà una Lehman bis.
L’Amministrazione Obama stanzierà fino a 800 miliardi per i successivi salvataggi bancari. La Federal Reserve estenderà il cordone sanitario dei “swap” d’emergenza con 4.500 miliardi alle banche centrali europee perché evitino crac di quelle proporzioni su Vecchio continente .Oggi cos’abbiamo imparato? Che troppi segnali di allarme furono ignorati negli anni precedenti: sulla “bolla” immobiliare, l’eccesso d’indebitamento delle famiglie, i rischi eccessivi delle banche che emettevano mutui subprime e poi li mascheravano e li ricollocavano sul mercato. Abbiamo capito le colpe degli attori della grande deregulation finanziaria: da Bill Clinton ad Alan Greenspan. Meno chiara è la gravità dell’illusione iniziale a Bruxelles e Berlino che il caso Lehman fosse una crisi tutta americana, le “prediche morali” dei tedeschi… che in seguito avrebbero scoperto di avere un sistema bancario altrettanto marcio. Per quali ragioni la crisi contagiò l’Europa, anzi venne amplificata in una seconda ondata di crac che travolsero due banche inglesi e due conglomerati franco-belgo-olandesi? (Le banche tedesche furono salvate con aiuti pubblici che oggi sarebbero illegali). Dieci anni dopo molte analisi storiche hanno corretto la ricostruzione degli eventi. Fu una crisi euro-americana a tutti gli effetti. Le premesse c’erano già nel settembre 2008 ma i leader europei non vollero vederle. I limiti dell’Europa sarebbero divenuti ancora più drammatici in seguito con la crisi dell’Eurozona, il ritardo della Bce nell’applicare la terapie Fed. Che cosa imparammo nell’immediato, dal caso Lehman? In America non poco, dalla riforma dei mercati al “quantitative easing” che consentì di uscire dalla recessione inondando il mondo di liquidità.
La lezione è sufficiente a prevenire un bis? Quali fragilità oggi tornano a minacciare l’economia mondiale, e in che misura sono paragonabili a quelle del 2008? Una lezione fu estratta dalla Cina: maturò allora a Pechino la convinzione esplicita di avere un sistema più solido del nostro. In questa sicurezza possono nascondersi i germi di un’altra crisi, di natura diversa. Ma il precipitare degli eventi dopo quel 15 settembre – i maxi-salvataggi successivi – sono la genesi del Tea Party e quindi del trumpismo: parte dell’opinione pubblica americana si convinse che bisognava lasciar fallire anche le altre banche in crisi dopo Lehman, agognava a una catarsi purificatrice dei peccati di Wall Street; i repubblicani bocciarono le proposte di Bush e fu Obama a farsi carico di arginare il panico; i salvataggi bancari successivi a Lehman alimentarono la rabbia del popolo di destra contro l’establishment. Vi ha contribuito la politica del “tasso zero” che ha impoverito i piccoli risparmiatori.
Un ciclo politico si è aperto allora.
Ci siamo ancora immersi.
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