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Legittimi i controlli sulle piccole società

di Massimiliano Tasini  

L'accertamento sul socio di una società a ristretta base azionaria è pienamente legittimo, sulla scorta del principio dell'abuso del diritto. Lo ha stabilito la Corte di cassazione, 5ª sezione trib., con la sentenza n. 9849 del 5/5/2011.

La fattispecie. La Cassazione ancora una volta interviene sul delicato tema della legittimità degli accertamenti posti in essere nei confronti dei soci delle società di capitali a ristretta base azionaria, nelle quali cioè la compagine sociale è costituita da un nucleo di persone ristretto, spesso (ma non necessariamente) appartenenti allo steso nucleo familiare. E la soluzione adottata è ancora una volta nel senso di ritenere tale prassi pienamente legittima, in linea a un orientamento costante maturato in seno alla suprema corte (e malgrado la contraria tesi adottata dalla giurisprudenza di merito maggioritaria).


Gli elementi di novità. La sentenza contiene peraltro due rilevanti affermazioni che meritano di essere evidenziate per la loro novità, ma anche per gli effetti pratici che ne derivano.

In primo luogo la Corte rimarca che, anche al caso di specie, torna applicabile il principio ripetutamente ribadito, dall'abuso del diritto. In concreto, il contribuente, «immaginando» all'atto della costituzione della società che la stessa avrebbe subito un accertamento fiscale, avrebbe scelto la srl in luogo della snc per evitare che il maggior reddito accertato in capo alla stessa fosse imputato per trasparenza al socio, per effetto della distribuzione di utili.

Va detto che già la Corte aveva affermato analogo principio con riferimento all'ipotesi di società socia di altra società i cui soci erano riconducibili a una ristretta cerchia di persone.

Ma ben più rilevante è l'ulteriore affermazione contenuta nella sentenza che, a fronte della chiara censura del contribuente, secondo cui «_ la imputazione ai soci di una società a base sociale ristretta e familiare dei maggiori utili accertati in capo alle società non si applica nel caso in cui i maggiori utili non sono conseguenza di un accertamento evasivo, ma della indeducibilità dei costi derivante dalla mancata documentazione dei costi stessi», si è limitata a richiamare la copiosa giurisprudenza della stessa Corte senza entrare nel merito della «natura» del maggior reddito accertato.

Infatti, solo l'accertamento in capo alla srl di maggiori ricavi, ovvero l'utilizzo di fatture a fronte di operazioni oggettivamente inesistenti, può dar luogo a utili distribuibili, cioè a somme di danaro che possono «uscire» dall'economia dell'impresa per essere distribuite ai soci.

Per contro, la ripresa a tassazione di costi indeducibili (si pensi, per solo fare un esempio, alla indeducibilità delle spese per carburante documentate da schede carburante irregolari) non genera, come è ovvio, alcun utile distribuibile: infatti, salvo che non si voglia ritenere che la scheda carburante sia falsa (ma allora il problema è diverso) è a tutti evidente che le somme indicate nella scheda sono definitivamente uscite dall'economia dell'impresa.

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