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Leggi e nuovi regolamenti Quella rete che rischia di inceppare i rimborsi

Facile a dirsi, difficile a farsi. Il governo Monti ci ha già provato a luglio a risolvere la questione dei pagamenti, un arretrato che la Banca d’Italia ha quantificato in ben 91 miliardi di euro e che è all’origine dell’aggravarsi della crisi di tantissime aziende (nella foto il presidente di Rete Imprese Italia, Carlo Sangalli). Ci ha provato con i quattro decreti (dell’Economia e dello Sviluppo), due sulla certificazione dei crediti, uno sulla compensazione tra crediti e debiti fiscali iscritti a ruolo, uno sul Fondo centrale di garanzia, pubblicati sulla «Gazzetta Ufficiale» tra la fine di giugno e gli inizi di luglio, dopo una lunga gestazione all’interno del governo. Ma l’operazione si è rivelata un fallimento e quindi Monti, ottenuto il via libera dell’Europa ad aumentare il deficit, ma senza superare il 3%, ha annunciato una terapia d’urto attraverso un decreto da 40 miliardi, che però, come vedremo, atteso per ieri è stato invece rinviato di qualche giorno.
La prima operazione di sblocco dei pagamenti, un anno fa, fu presentata dal governo come una svolta che avrebbe consentito alle imprese di ottenere rapidamente fra i 20 e i 30 miliardi. Ma a gennaio, cioè sei mesi dopo i 4 decreti, le certificazioni dei crediti erano appena una settantina per un importo di 3 milioni, tanto che la Cgia di Mestre ironizzava: «Con questo ritmo, per saldare tutti i debiti ci vorranno più di 1.900 anni». Secondo le ultime rilevazioni di mercato, la scorsa settimana, le certificazioni sarebbero arrivate a poco meno di 300, sempre briciole, considerando che le elaborazioni del centro studi di Unimpresa su dati Banca d’Italia e Istat parlano di 215.493 imprese che vantano crediti nei confronti della pubblica amministrazione, per un totale appunto di 91 miliardi. Che cosa non ha funzionato? I decreti del 2012 rimandavano a una serie di provvedimenti applicativi che hanno tardato molti mesi, dal regolamento del fondo di garanzia alla piattaforma Consip per la certificazione all’interfaccia con le banche. Un meccanismo complesso e senza deroghe ai vincoli di bilancio interni ed europei. Con il decreto legge in gestazione il governo cambia completamente approccio. Innanzitutto a monte della terapia d’urto proposta c’è il via libera della Commissione europea, con la dichiarazione Rehn-Tajani del 18 marzo che autorizza una certa flessibilità sul deficit pubblico per finanziare il rimborso degli arretrati alle imprese. Passano tre giorni e il ministro dell’Economia, Vittorio Grilli, annuncia l’intenzione di «aumentare il nostro debito potenziale di 20 miliardi per ciascun anno, nel 2013 e nel 2014, per creare la disponibilità di cassa per pagare». Monti e lo stesso Grilli mandano alla commissione speciale creata dal nuovo Parlamento la conseguente relazione di variazione dei conti pubblici, che aumenta dal 2,4% al 2,9% il deficit previsto per il 2013 e indica le linee guida del decreto legge.
La novità è che i Comuni con avanzi di amministrazione potranno utilizzarli immediatamente, derogando al patto di Stabilità interno. In questo modo dovrebbero essere messi immediatamente in pagamento 5 miliardi mentre altri 5 miliardi andrebbero per i debiti sanitari (in questo settore si stima sia circa la metà di tutti gli arretrati) attraverso anticipazioni di cassa richieste dalle Regioni. A completare la manovra ci sarebbero fondi rotativi (prestiti) per i Comuni senza disponibilità finanziarie, fondi per i pagamenti in capo alle amministrazioni centrali, tempi certi (qualche mese), procedure trasparenti (liste dei creditori online) e sanzioni (fino a due mesi di stipendio in meno) per i dirigenti inadempienti.
Ma quando la bozza del decreto è stata esaminata dai ministri e, soprattutto dalle associazioni imprenditoriali, sono spuntati una serie di sorprese e di problemi che hanno costretto il presidente del Consiglio dei ministri, Mario Monti, a rinviare l’approvazione del provvedimento al fine settimana, massimo lunedì. La sorpresa principale era la possibilità accordata alle Regioni di anticipare al 2013 l’aumento dell’addizionale Irpef (fino a 0,6 punti percentuali) previsto per il 2014 e che avrebbe comportato, tanto per fare un esempio, un incremento dell’Irpef regionale di altri 138 euro su un reddito lordo di 23 mila euro. La misura è stata subito cassata quando Monti si è reso conto della impraticabilità politica di nuovi prelievi che sarebbero stati immediatamente bocciati da tutte le forze politiche. Ma, tolta la sorpresa sgradita, restavano i problemi di funzionamento. Agli occhi dei tecnici delle associazioni imprenditoriali il meccanismo proposto nel decreto è apparso subito impraticabile. L’Ance, che rappresenta il settore delle costruzioni, che insieme alla sanità è quello dove si annida il grosso dei crediti, ha contestato la norma che prevede l’impossibilità per gli enti autorizzati a pagare di realizzare nuovi investimenti per i successivi 5 anni. Come dire che quello che lo Stato concede ora e con incredibile ritardo se lo riprende poi con gli interessi. Nel mirino anche la norma che autorizza i Comuni virtuosi a pagare solo 5 degli 11 miliardi in cassa, denuncia ancora l’Ance, mentre Rete imprese Italia critica il fatto che la bozza prevede l’emanazione di leggi regionali, decreti e graduatorie che rischiano di far inceppare il meccanismo, esattamente come un anno fa. Infine, e su questo stanno lavorando i tecnici del Tesoro, bisogna verificare le coperture ed essere certi che la terapia d’urto non porti a sfondare il tetto del deficit del 3% del Pil.

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