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Leggi a passo di carica

Una Divina Commedia e due copie dei Promessi Sposi, più alcune opere minori a scelta: è lo spazio che occorre per contenere le parole delle 101 leggi pubblicate nel 2012, ultimo anno della XVI legislatura. Un lungo elenco di articoli e commi che messo insieme arriva alla bella cifra di 2.621.000 caratteri. Un modo un po’ divertente per dire che dopo la faticosa opera di disboscamento normativo portata a termine con il taglia-leggi – operazione chiusa, nella sua parte più corposa, a fine 2010 – la produzione legislativa ha ripreso a correre. Con tutte le conseguenze del caso: caos di disposizioni (con norme che si rincorrono, intervenendo su quelle appena varate); stock degli atti in crescita, anche perché le abrogazioni esplicite latitano; aumento delle regole descrittive, che quando non rimandano a regolamenti attuativi, si limitano a tratteggiare un tema, senza alcuna portata normativa.
E non si pensi che questa voglia di legiferare – legata anche alla necessità di far fronte a situazioni di emergenza indotte dalla crisi economica – si accompagni a un aumento delle leggi. Al contrario: il Parlamento approva, in generale, meno atti, ma quelli che arrivano al traguardo sono stipatissimi di articoli e commi. La tendenza era già stata anticipata dal Comitato per la legislazione della Camera e sta ora trovando conferma nei primi risultati di un lavoro avviato dallo stesso Comitato che verrà ultimato e presentato dopo la fine dell’estate. Ricerca che ha messo a confronto gli ultimi anni di varie legislature – si parte dal 1962 e si arriva al 2012 – perché rappresentano il momento in cui molti provvedimenti, che magari si sono trascinati in Parlamento per tanto tempo, arrivano a maturazione pressati dal fine corsa delle Camere. Si tratta, insomma, di un indicatore significativo per indagare la produzione legislativa.
Le prime elaborazioni dei dati dicono, appunto, che il legislatore si è fatto nuovamente prendere la mano. Non tanto come numero di provvedimenti approvati: le 101 leggi pubblicate sulla «Gazzetta Ufficiale» lo scorso anno – nel dettaglio: 4 leggi di bilancio (compresa quella di stabilità), 29 di conversione di decreti legge, 31 di ratifica di trattati internazionali e 37 leggi ordinarie – non sono poi un numero enorme. Sono, però, provvedimenti farciti delle disposizioni più varie. Discorso che riguarda soprattutto i decreti legge: non sono più numerosi che in passato – basti pensare che nella XIII legislatura la media era di 4 decreti legge al mese, mentre ora ci si ferma a due – ma il loro contenuto è densissimo. Basta guardare ad alcuni dei Dl presentati nel 2012: crescita, semplificazioni, spending review, sviluppo uno e due hanno messo insieme tantissime norme. Sono soprattutto loro che fanno lievitare il numero di caratteri fin oltre i due milioni e mezzo contati dai tecnici di Montecitorio.
Il problema, però, non è solo che il numero di leggi ha ripreso a crescere, ma soprattutto che lo fa in maniera disordinata. I vizi che in passato avevano prodotto un numero difficilmente quantificabile di disposizioni – alla fine l’operazione taglia-leggi partì da 447mila atti, contati attraverso la banca dati della Cassazione, di cui migliaia si riferivano a provvedimenti implicitamente abrogati – si stanno ripresentando tutti: si legifera oggi per modificare la norma domani, non si indica esplicitamente quali atti sono da cancellare, si rimanda spesso a regolamenti attuativi, che se non arrivano mantengono la disposizione sospesa a mezz’aria. Tutto questo favorito dal fatto che i decreti legge sono esentati dall’Air, l’Analisi di impatto della regolamentazione, che dovrebbe, tra l’altro, valutare se la nuova norma è necessaria e quanto pesa su cittadini e imprese. Il carattere di urgenza dei Dl permette, infatti, di soprassedere sull’adempimento.
Problemi da cui anche i decreti legge varati dall’attuale Governo non sono indenni. Basta guardare i rilievi che il Comitato per la legislazione ha mosso agli 86 articoli del decreto del fare (Dl 69). Come il fatto di intervenire su norme recentissime – per esempio, sull’uso delle rocce da scavo, su cui si era appena espresso il decreto 43, convertito il 21 giugno, giorno di presentazione del decreto del fare – o circa la «genericità di molte disposizioni».

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