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Legge Pinto, meno vincoli

Va comunque risarcito per l’eccessiva durata del processo anche chi aveva avviato insieme ad altri il procedimento confidando su un profilo di incostituzionalità poi rivelatosi infondato. In questo caso non c’è abuso del processo. Lo chiarisce la Corte di cassazione con la sentenza 18654 della sesta sezione civile depositata ieri. La Corte ha così cancellato, con rinvio, la pronuncia della Corte d’appello di Perugia con la quale era stato negato il risarcimento del danno, sulla base della legge Pinto, a un gruppo di cittadini che aveva avviato nel 1995 un giudizio amministrativo conclusosi solo nel 2010. La Corte d’appello aveva respinto la richiesta mettendo in evidenza la serialità della controversia, il sicuro respingimento della pretesa che si era fatta valere e la carenza di interesse dimostrata all’esito del processo. Tutti elementi che, a detta dei giudici perugini, facevano escludere l’esistenza di quella sofferenza che giustifica la corresponsione del risarcimento.
Innanzitutto la Cassazione, nel respingere le argomentazioni della Corte d’appello, mette in evidenza come la presunzione di un danno non patrimoniale provocata per effetto di un processo durato troppo a lungo non può essere superata dalla circostanza che il ricorso amministrativo sia stato proposto da una pluralità di attori. Infatti, la presentazione del ricorso in forma collettiva non basta a escludere «situazioni di angoscia o patema d’animo riferibili specificamente a ciascun litisconsorte».
Inoltre, in un procedimento amministrativo come quello alla base della richiesta di risarcimento, la presentazione dell’istanza di prelievo da parte del gruppo di ricorrenti testimonia comunque almeno l’assenza di un disinteresse al giudizio.
Ancora, l’elemento della temerarietà della lite è destituito di fondamento. È vero che la stessa Corte di cassazione ha sostenuto, nella sua giurisprudenza, che il risarcimento è comunque dovuto anche alla parte che ha perso il processo, visto che i riflessi psicologici negativi provocati per l’eccessiva durata del giudizio non dipendono dall’esito. L’indennizzo va semmai negato quando il soccombente ha promosso una lite temeraria o ha resistito in giudizio in maniera ostruzionistica, in maniera tale da ottenere proprio il risarcimento da legge Pinto.
Tuttavia, l’avere considerato temeraria l’azione proposta confidando su un profilo di incostituzionalità di una norma che poi la stessa Consulta ha giudicato infondato non può bastare per bollare come pretestuosa l’azione. A testimoniarlo ci sono i tempi del procedimento. Che è stato iniziato nel 1995 con la presentazione del ricorso, mentre la sentenza della Corte costituzionale è arrivata solo nel 2001. Ed è da quell’anno che si è vanificata qualsiasi speranza di successo dell’iniziativa giudiziaria, con il relativo venir meno del «patema d’animo» provocato dalla protratta situazione di incertezza quanto all’esito della causa. Ora la domanda di equa riparazione dovrà essere riesaminata dalla Corte d’appello perugina che dovrà tenere conto delle conclusioni della Cassazione.
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