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Legge Pinto, inerzia senza danno per il creditore Pa

Nessun pregiudizio per il creditore dello Stato, vittima del processo lumaca, che non propone la domanda di indennizzo Pinto entro sei mesi dalla fine del procedimento di cognizione che accerta il suo diritto. Il termine, nella sola ipotesi in cui il creditore è lo Stato, scatta, infatti quando il giudizio esecutivo è definitivo: le due fasi vanno considerate, infatti, come un’unica. Nell’affermare che il “tempo del processo” va inteso come unitario, le Sezioni unite della Corte di cassazione (sentenza 19883) si muovono anche sulla scia della sentenza della Consulta 88/2018, con la quale il giudice delle leggi ha bollato come incostituzionale l’articolo 4 della legge Pinto, per la parte in cui non prevede che la domanda di equa riparazione possa essere proposta in pendenza del procedimento presupposto.

La sentenza depositata ieri è anche convenzionalmente orientata. I giudici guardano al caso Bozza contro Italia (2017), che ha suscitato i dubbi della sezione remittente. In quell’occasione la Corte di Strasburgo, analizzando la nozione di “decisione definitiva”, aveva fatto una netta differenza tra debitore privato e della pubblica-amministrazione.

Per gli eurogiudici il privato che ha ottenuto una sentenza contro lo Stato, non deve, di norma, avviare un procedimento distinto per ottenere l’esecuzione forzata di una sentenza che non comporta alcuna difficoltà, oltre al versamento del denaro. La Cedu ha fissato il tempo per adempiere, a sei mesi dalla data in cui la decisione del risarcimento é diventata esecutiva. E il tema della particolare semplicità dei giudizi Pinto, rispetto all’obbligo di pagamento, è ripreso dalla Sezioni unite che lo “utilizzano” per fugare i dubbi su possibili condotte abusive del creditore. La soluzione adottata si muove nell’ottica di approntare una tutela effettiva dei creditori, depotenziando il contenzioso che potrebbe continuare a prodursi se si mantenessero fermi i vecchi principi che limitavano «la possibilità di ottenere l’integrale ristoro del pregiudizio sofferto per l’irragionevole durata del processo unitariamente considerato».

Per le Sezioni unite il creditore dello Stato non deve essere gravato dall’onere di un giudizio volto all’esecuzione di obbligo che deve essere adempiuto, senza alcuna soluzione di continuità «anche oltre il termine che la giurisprudenza convenzionale individua come ragionevole per tale esecuzione».

A completamento del quadro delineato, il Supremo collegio fa altre precisazioni. I giudici segnalano che la fase esecutiva, eventualmente intrapresa dal creditore nei confronti dello Stato, inizia con la notifica dell’atto di pignoramento mentre la fine coincide con la definitiva soddisfazione del credito indennitario.

Ancora un chiarimento riguarda il tempo che passa tra la definitività della fase di cognizione e l’inizio dell’esecutiva, che non va considerato come ”tempo del processo”.

Un periodo che può, eventualmente, essere rilevante ai fini del ritardo nell’esecuzione, come pregiudizio a sé stante. Un “danno” indennizzabile in via diretta ed esclusiva solo dalla Corte europea dei diritti dell’uomo, mancando attualmente un rimedio interno.

Patrizia Maciocchi

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