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Legge Pinto a prescrizione lunga

Il termine di prescrizione del diritto all’indennizzo per i processi troppo lunghi non inizia a decorrere prima che siano trascorsi i sei mesi previsti, a pena di decadenza, per proporre la domanda di equa riparazione alla Corte d’appello. E questo vale sia per i procedimenti iscritti prima dell’11 settembre, e quindi regolati dalla vecchia legge Pinto (89/2001), sia per quelli introdotti dall’11 settembre, ai quali si applicano le modifiche alla legge Pinto approvate con il decreto sviluppo (83/2012).
Vecchi procedimenti
Per i giudizi soggetti alla precedente normativa hanno fatto chiarezza le Sezioni unite della Cassazione, che con la sentenza 16783/2012 (si veda anche «Il Sole 24 Ore» del 3 ottobre), hanno esposto le ragioni di diritto, ma anche pratiche, che fanno propendere per la soluzione più favorevole all’utente della giustizia. La tesi restrittiva, fatta propria dalla Corte territoriale, si fondava sulla considerazione che, come in tutti gli illeciti permanenti, il termine di prescrizione dovesse decorrere dal momento in cui il processo presupposto avesse sforato i tempi della sua durata ragionevole. E in applicazione di questo principio la pronuncia impugnata aveva dichiarato estinto il diritto all’equa riparazione per il periodo anteriore al decennio dalla data del ricorso introduttivo.
La Suprema corte ha ribaltato questo verdetto, osservando che l’articolo 4 della legge Pinto, nella formulazione precedente alla riforma, prevedeva solo un termine di decadenza decorrente dal momento in cui è divenuta definitiva la decisione che conclude il processo irragionevolmente lungo, mentre non prescriveva alcun termine per la proposizione (pure ammessa) della domanda di riparazione quando il processo fosse ancora in corso. Dunque, dato che il “vecchio” articolo 4 riteneva irrilevante l’inerzia dell’interessato sino a quando non fosse decorso il termine di decadenza di sei mesi, sarebbe contraddittorio affermare che la stessa inerzia determini, invece, l’estinzione del diritto alla ragionevole durata, e quindi precluda, in concreto, la proponibilità dell’azione giudiziaria. Secondo la Cassazione, l’impianto della Pinto è, dunque, coerente con i principi generali contenuti negli articoli 2964 e 2967 del Codice civile, da cui è possibile desumere una sostanziale incompatibilità tra prescrizione e decadenza se riferite al compimento di un identico atto.
Le Sezioni unite non mancano di sottolineare anche le ragioni pratiche della propria scelta. Ammettere che la prescrizione del diritto cominci a decorrere già prima della decadenza dalla domanda di equa riparazione significherebbe incentivare la proliferazione di iniziative giudiziarie dirette a evitare la prescrizione stessa, con notevole e inevitabile aggravio del carico di lavoro giudiziario.
Il «nuovo» rito
Il decreto sviluppo ha, di fatto, superato il problema. La nuova formulazione dell’articolo 4 della legge Pinto, infatti, cancella la facoltà di chiedere l’equa riparazione in pendenza del procedimento contestato. Dispone che la domanda possa essere proposta unicamente «a pena di decadenza, entro sei mesi dal momento in cui la decisione che conclude il procedimento è divenuta definitiva». Peraltro, la volontà del legislatore di bloccare i ricorsi finché dura il giudizio presupposto è chiaramente espressa anche nel nuovo articolo 3 della legge Pinto, che nell’individuare il giudice competente fa riferimento, con richiamo all’articolo 11 del Codice di procedura penale, al distretto in cui «è concluso o estinto» il giudizio di merito di cui si contesta l’eccessiva durata, così sostenendo la scelta di differire la domanda di equa riparazione alla fine del processo troppo lungo.
Né le nuove norme dovrebbero violare l’articolo 24 della Costituzione. La giurisprudenza della Consulta (per tutte: sentenza n. 276/2000), infatti, ritiene che l’articolo 24, che tutela il diritto d’azione, non comporti l’assoluta immediatezza del suo esperimento, ma ammetta che la legge possa prevedere oneri, dilazioni incluse, per salvaguardare interessi generali. E la nuova disciplina dell’equa riparazione mira a prevenire il sovraccarico di procedimenti che deriva dalla teorica possibilità di proporre, durante tutta la pendenza di uno stesso processo, più istanze di indennizzo.

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