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Legge oscura, consulente salvo

di Alessandro Galimberti

Il professionista non risponde di inadempimento nei confronti del cliente – e non è quindi tenuto a pagargli i danni conseguenti – se la prestazione professionale comporta l'interpretazione di un quadro normativo «confuso».

La sentenza della Terza sezione civile della Cassazione (21700/11, depositata ieri) se da un lato ribadisce un principio civilistico chiaro – «Se la prestazione implica la soluzione di problemi tecnici di speciale difficoltà, il prestatore d'opera non risponde dei danni, se non in caso di dolo o di colpa grave», articolo 2236 del Codice civile – dall'altro apre interessanti prospettive anche per le consulenze in materia fiscale e tributaria. Per esempio nell'ambito, tra l'altro di pura creazione giurisprudenziale, dell'abuso del diritto, dove la lacunosità delle norme ha consentito per anni operazioni di risparmio poi finite nel mirino dell'agenzia delle Entrate e della magistratura. La decisione di ieri della Terza civile – ammesso trovi seguito nelle corti di merito – potrebbe tracciare un argine difensivo per eventuali chiamate "in solido" del professionista.

I fatti trattati dalla sentenza riguardavano il contenzioso tra un notaio romano e il suo consulente del lavoro, che nel 2000 gli aveva consigliato di versare i contributi previdenziali di alcuni dipendenti dello studio – giovani assunti con contratto di formazione e lavoro – in misura fissa, analogamente a quanto previsto all'epoca per i giovani assunti con contratto di apprendistato. Alle successive contestazioni dell'Inps, il notaio aveva deciso di richiedere la sanatoria, pagando le differenze contributive e le sanzioni, salvo poi fare causa al consulente del lavoro (condannato in primo grado a rifondere il danno, verdetto peraltro ribaltato in Appello).

La questione dal punto di vista normativo, secondo la Cassazione, era particolarmente confusa perché, se è vero che lo stesso Istituto pensionistico aveva escluso con una circolare l'applicabilità del contributo in misura fissa ai dipendenti di studi professionali, il consulente del lavoro aveva insistito invece su quella strada forte della nozione di «impresa» fatta propria dal diritto comunitario, che come noto vi ricomprende anche le attività dei professionisti intellettuali. Proprio sulla base di questo conflitto normativo, che implica tra l'altro un bilanciamento tutt'altro che risolto nella gerarchia delle fonti, i giudici di merito avevano escluso la «colpa grave» del professionista, cioè «l'errore inescusabile in ragione della sua grossolanità, o l'ignoranza incompatibile con la preparazione media esigibile dal professionista, o l'imprudenza, sintomatica di superficialità e disinteresse per i beni primari che il cliente ha affidato alla cura del professionista».

Una decisione, quella dell'Appello, che la Cassazione sposa in toto, visto che «nelle ipotesi di interpretazione di leggi o di risoluzione di questioni opinabili, deve ritenersi esclusa la responsabilità del professionista a meno che non risulti che abbia agito con dolo o colpa grave». Tanto più se – altra circostanza rilevante – il cliente ha poi svolto personalmente l'attività esecutiva suggerita dal professionista, mostrando di condividere l'interpretazione suggeritagli delle norme "oscure".

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