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Legge elettorale. 

«Io aspetto, sono gli altri a dover fare il primo passo». Matteo Renzi sa che la partita decisiva è sulla legge elettorale. E su quella vuole giocarsi le sue carte, senza fretta. Sapendo che sul tavolo ci sono cinque diverse opzioni. Una, però, sta diventando per molti uno scenario inaspettato e piuttosto rischioso. L’Italicum anche al Senato, ballottaggio compreso. È questa infatti la soluzione che può prendere quota, a due settimane dalla sentenza della Consulta. Un sistema che spaventa molti nel centrosinistra e nel centrodestra, ma che vanta la benedizione di Grillo. E che porterebbe al sofferto ma inevitabile assenso del Pd. Certo, nulla si muoverà fino al 24 gennaio. Ma se davvero la Corte dovesse modificare l’Italicum senza bocciare il doppio turno, come circola insistentemente ai piani alti dei partiti, allora questo Consultellum ipermaggioritario rischia davvero di diventare la prima scelta. Una «soluzione ideale», dice in privato Luigi Di Maio. Renzi, invece, in questa fase preferisce giocare di rimessa. Aspetta i passi degli altri leader, convinto che la trattativa entrerà nel vivo solo a febbraio. E nella certezza che «nessuno può fare nulla senza i voti del Pd». «La strada è insidiosa – ha confidato – ma come potremmo bocciare una proposta votata proprio da noi?».
I veti incrociati sembrano aver temporaneamente cristallizzato il rebus. Un lento procedere che allarma soprattutto i renziani, preoccupati dal fatto che nell’ultimo mese è stato «Grillo a dettare l’agenda». Per questo, le trattative sulla legge elettorale hanno subito di recente una brusca accelerazione. Lasciando in piedi cinque ipotesi di riforma elettorale, le sole su cui davvero è in corso un concreto negoziato. La prima, come detto, prevede l’estensione del doppio turno dell’Italicum anche al Senato. In questo schema, la segreteria del Pd non potrebbe fare a meno di discutere con gli ambasciatori grillini l’idea di “importare” a Palazzo Madama il sistema della Camera, uniformando i meccanismi come richiesto dal Colle. Renzi non farebbe salti di gioia, ma non potrebbe neanche opporsi a una legge approvata in Parlamento a colpi di fiducia. La seconda strada, il Mattarellum, è invece più in salita che mai. Proposto dal Pd prima di Natale, ha il pregio di un iter potenzialmente rapidissimo. In due mesi sarebbero pronti anche i collegi. Soltanto la Lega, però, garantisce semaforo verde, mentre Forza Italia e grillini sono pronti alle barricate. «È la legge peggiore per noi», è l’opinione di Di Maio. Per un Consultellum ipermaggioritario, ne esiste un altro ultraproporzionale. Se i giudici dovessero resettare il ballottaggio, infatti, uscirebbe fuori una legge quasi identica a quella già in vigore al Senato dopo la bocciatura del Porcellum. Piace poco a Renzi, ma ha il vantaggio di avvicinare le urne: «E io mi candiderei in Toscana – pro- mette – come capolista al Senato ». Una mossa perfetta per raccogliere preferenze, che è poi la ragione dell’ostilità dei centristi e di Berlusconi: «I parlamentari di FI voglio sceglierli io».
Berlusconi, si diceva. Ha incaricato Paolo Romani di dedicarsi anima e corpo alla trattativa. Dopo contatti informali con Luigi Zanda e Anna Finocchiaro, l’azzurro ha consegnato ad Arcore una bozza. È la quarta strada, un proporzionale con mini premio di maggioranza, non sufficiente comunque a garantire la governabilità. È la legge ideale, però, per chi lavora alle larghe intese anche in futuro. Gradisce Berlusconi. Molto meno Renzi, visto che la segreteria non era stata neanche informata del tavolo. Un modello che replicherebbe all’infinito una sorta di nuovo Nazareno, siglato però da protagonisti diversi. In salita è infine la quinta strada, già ribattezzata “centrinellum”. Si tratta di un sistema alla tedesca, elaborato da Alfano-Verdini. Assegna il 50% dei seggi con il maggioritario, l’altro 50% con il proporzionale. Favorisce le piccole formazioni. «È la legge del Partito della Nazione », la sintesi di Verdini.
Dalla scelta della legge dipenderà il timing del ritorno alle urne. Nessuna corsa a perdifiato verso elezioni, è la linea di Renzi, ma allerta per i rischi di un lento logoramento. Giorni fa, ad esempio, gli hanno riferito quanto va sostenendo in giro Fedele Confalonieri: «È Gentiloni il nostro interlocutore, spero fino al 2018». Il segretario dem, in realtà, si fida dell’attuale premier. Ma ha comunque chiarito: «Tutti pensano di poter fare una riforma senza di noi, magari accordandosi con il governo, ma senza il Pd i voti non ci sono». Sembra tornato il tempo del governo Monti, sostenuto a costo della “non vittoria” elettorale. Così almeno giurano dal Nazareno, agitando pacchi di missive di militanti angosciati. «Occhio – scrivono – o faremo la fine di Bersani».

Tommaso Ciriaco

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