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Legge elettorale e subito al voto verso le elezioni il 24 settembre

Se elezioni devono essere, che siano a settembre. Il 17, se necessario. Al massimo il 24, in contemporanea con Berlino. Comunque non oltre, perché i rischi per la finanza pubblica diventerebbero ingestibili. Se l’accordo sul “tedesco” sembra reggere bene, quello sul voto anticipato ancora meglio. E adesso si corre per davvero. Per lasciarsi alle spalle l’attuale Parlamento, che i “big del patto” considerano destinato alla paralisi e incapace di approvare i principali provvedimenti economici, dalla nota di aggiornamento al Def e la manovra. «Davvero c’è ancora chi pensa va ripetendo il dem Ettore Rosato – che si possa arrivare così al 2018?».
«Ora o mai più», è il mantra di Matteo Renzi. Da sei mesi il leader preme per sopprimere anzitempo la legislatura. Ma adesso c’è di più. Adesso l’intesa a quattro – Pd, M5S, Lega e Forza Italia – sembra allargarsi anche a una campagna elettorale d’agosto, sotto l’ombrellone. E il primo successo parlamentare a Montecitorio, dove ieri la commissione Affari costituzionali ha licenziato la riforma a larga maggioranza, accresce le certezze. Ma perché accelerare così tanto, fino a costringere leader e militanti a immolare le ferie estive? Nelle segreterie di partito si considerano gli equilibri parlamentari ormai frantumati. E non c’è “colla” che tenga. «Una volta approvata la riforma – ha spiegato Dario Franceschini ai più dubbiosi – siamo in campagna elettorale, inutile insistere». Impossibile, giurano dal Pd, approvare altri provvedimenti diversi dal “tedesco”, a maggior ragione dopo le tensioni tra Renzi, Mdp e Alfano.
Meglio votare a settembre, allora. Monitorando due passaggi chiave. Primo: la nota di aggiornamento al Def. Secondo: la legge di bilancio, senza la quale il Paese sprofonda nell’esercizio provvisorio. L’idea è consegnare il “pacchetto” al Parlamento che verrà. Resterebbero sul campo una serie di problemi, naturalmente. Non è difficile prevedere che l’instabilità politica si traduca in instabilità dei mercati, che di solito si agitano più facilmente ad agosto. E nessuno può comunque garantire che dalle urne escano numeri utili a formare un nuovo governo. «L’altra volta ci sono voluti tre mesi», ricorda scettica Beatrice Lorenzin. Le scadenze chiave sui grandi dossier economici, insomma, sarebbero comunque strettissime. Per superare l’ostacolo, Renzi ha chiesto ai suoi ambasciatori di chiarire se sia davvero così «tassativo » il termine del 27 settembre per la nota di aggiornamento e i paletti temporali al Def. A far Cassazione, in questo caso, non potrà che essere il Colle.
Non tutti, naturalmente, spingono per ridare così in fretta la parola ai cittadini. Non Angelino Alfano. E nemmeno Pierluigi Bersani: «Votare a settembre? Mai avrei creduto di trovare tanta irresponsabilità». Per il leader di Rignano tutto questo non conta. E gli slogan sono già da campagna elettorale. «Ogni voto ai piccoli partitini aiuterà lo schema delle larghe intese, ogni voto al Pd contribuirà ad evitarle». E poi c’è Paolo Gentiloni.
Il presidente del Consiglio non è un fan delle elezioni anticipate, infatti non “staccherà” da solo la spina al suo governo. Il segretario dem l’ha rassicurato su una cosa, comunque: «Non convocherò una direzione per farti andar via». Ha già dato con Enrico Letta. Altro scenario – ed è quello a cui lavorano soprattutto al Nazareno – è quello di coinvolgere i capigruppo parlamentari del “patto” anche nella richiesta pubblica di urne nel 2017. Dichiarebbero esaurita la “spinta” dell’attuale Parlamento dopo l’approvazione della riforma. E per garbo istituzionale verso il Colle, limerebbero al massimo i concetti. «Vedrete – ripete in giro Rosato – se si voterà nel 2017, sarà grazie a un patto istituzionale». In fondo, è l’appendice del pensiero di Renato Brunetta: «Sulla legge elettorale è in atto un grande accordo istituzionale». Se il Pd preme per questa soluzione, la Lega non è certo ostile. «Dobbiamo sbrigarci – è l’sms quotidiano che il “padano” Giancarlo Giorgetti invia a Rosato – altrimenti finiamo per schiantarci. E restiamo pure senza legge elettorale». Discorso a parte per i cinquestelle, che vivono con insofferenza queste settimane di collaborazione e difficilmente vergheranno qualcosa assieme al “nemico”.
Elezioni il 17 o il 24 settembre, dunque. A patto che il “tedesco” tagli in tempo il traguardo. L’agenda renziana prevede il semaforo verde dell’Aula di Montecitorio entro il 9 giugno, poi l’ok definitivo di Palazzo Madama prima del 7 luglio. Se qualcosa dovesse incepparsi, invece, allora la finestra elettorale rischierebbe di chiudersi. Troppi i rischi per la finanza pubblica, a ottobre. Meglio accettare l’epilogo del 2018.

Tommaso Ciriaco

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