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Legge di bilancio, vecchio rito

Le dieci/dodici settimane di gestazione della legge di bilancio dello Stato e dei suoi collegati, sono le più intense dell’anno per alcune categorie di italiani: politici nazionali e locali, funzionari pubblici centrali e periferici, imprese e sindacati, giornalisti, associazioni e gruppi di pressione, società di public affairs, singoli lobbisti. Un insieme di istanze e soggetti protagonisti di una discussione disordinata, fatta di alcuni doverosi passaggi istituzionali e molte superflue ritualità: nella sostanza una battaglia senza quartiere né regole per trovare un equilibrio accettabile tra i diversi interessi in campo, senza nuocere irreparabilmente alle casse pubbliche.

Ogni anno il confuso dibattito produce (un attimo prima delle vacanze natalizie) un testo definitivo che dovrà attendere i famigerati decreti attuativi per diventare operativo. Così, in primavera, si concluderà il calvario mediatico cominciato nell’autunno precedente, e i cittadini conosceranno i contenuti effettivi della legge di bilancio dell’anno. Che (dopo l’estate ) saranno messi in discussione dall’avvio dell’iter dell’anno successivo.

Dovrebbe essere ormai chiaro a chiunque che questo defatigante e improduttivo percorso di guerra non funziona più. Inaugurata nel 1978 come legge Finanziaria, rinominata legge di stabilità nel 2009 e legge di bilancio nel 2016, questo strumento, concepito per mettere ordine in una situazione contabile compromessa, ha sempre perseguito obiettivi immediati a scapito di politiche strutturali (salvo forse nella fase dell’aggancio all’euro), alimentando un disordine crescente delle norme e della loro interpretazione, mentre aumentava senza controllo il debito pubblico, che proprio lo strumento in questione avrebbe dovuto, per mission, contenere e ridurre.

Una catastrofe di merito, e anche (forse soprattutto) comunicativa. Perché ormai il solo avvio autunnale del classico, e finto , dibattito su rientro dal debito, tagli della spesa, lotta all’evasione, etc… genera allarmi e preoccupazioni in ogni ambito della vita nazionale.

Forse non casualmente, l’oggetto «Finanziaria» (o come preferiamo chiamarlo) ha accompagnato la fase conclusiva della cosiddetta Prima Repubblica e il parallelo esaurimento dei vecchi soggetti della rappresentanza. Cui si è cercato, senza efficacia, di rispondere, da una parte, con leggi elettorali rabberciate e, dall’altra, allargando a dismisura i recinti della concertazione pubblica (basta ricordare i tavoli-monstre dei governi Ciampi, Prodi e D’Alema).

Senza alcun successo, perché la società italiana ha proseguito il suo affrancamento dal vecchio sistema partitico (rigettando anche il suo finanziamento) e dai tradizionali corpi intermedi, a partire dal sindacato, ed è esploso il magico e illusorio fenomeno della disintermediazione. Con il risultato finale che oggi nessuno si sente rappresentato da nessuno, mancano policies strutturali e solide in ogni comparto, il sistema barcolla di fronte ad ogni minima spinta esterna.

E, ad ogni Finanziaria, la crisi generale della rappresentanza si riversa nella miriade di corse sfrenate al subemendamento, nell’affannosa ricerca di un parlamentare disposto a sostenere una qualsivoglia causa. Senza alcuna regia né disegno: da anni e con governi di qualunque colore, le leggi di bilancio sono solo un assemblaggio di minuscole tessere di puzzle nell’insieme indecifrabili.

C’è soluzione per questa che non è altro che una vera crisi di sistema? Di certo no, se si immagina di tornare al passato. E c’è anche da essere scettici sulla possibilità di riaprire la partita di una riforma globale del sistema, dopo i tanti tentativi falliti. Piuttosto sarebbe il caso di ripartire da cose concrete. Per esempio dal rapporto tra interessi e politica, che, se vogliamo, è il nocciolo duro (e inconfessato ) della discussione di ogni legge di bilancio, così come è d’altronde alla base del circuito moderno della rappresentanza.

Nell’Italia ipocrita in cui viviamo, il tema viene nascosto o rimosso. Ma, in fondo, i cittadini partecipano in qualsiasi forma alla vita pubblica, decidendo di votare o sostenere (anche economicamente) un partito, un’associazione, una Fondazione, per salvaguardare i propri interessi. Come fanno le imprese, dotandosi in proprio di strutture di lobbying o servendosi di società di public affairs.

È la collettività che si organizza per rafforzare la propria capacità di indirizzare le policies pubbliche. Niente di male. Anzi, un arricchimento del processo democratico, a condizione – ovviamente – che queste opzioni non siano opache, che tutto sia trasparente e tracciabile. Legittimi gli interessi, legittima la lotta democratica – di informazione, comunicazione e lobbying – perché si affermino. E, naturalmente, legittima la scelta dei poteri pubblici di tenerne conto oppure no, di fare prevalere alcuni interessi su altri, nell’ambito di indirizzi strategici generali.

Quello che non va è il gioco truccato, bloccato da regole capotiche e discrezionali (è il caso della surreale norma sul «traffico di influenze illecite», spada di Damocle che pende su chiunque svolga attività di rappresentanza di interessi). Come non funziona il gioco – tipico di ogni Finanziaria – dello scaricabarile e della contrapposizione tra comparti industriali che la politica avalla e a volte promuove (sugar tax vs web tax; plastic tax vs aviation tax; sigarette elettroniche vs sigarette tradizionali; auto aziendali vs gioco d’azzardo; etc…). Tanto più quando il gioco si svolge nel circuito chiuso del sistema politico-mediatico, senza vedere che fuori c’è un mondo che insegue innovazione e cambiamento: mentre la politica discute con tempi esasperanti, il mondo corre e si trasforma.

Per questo bisogna avviare subito un vero dibattito pubblico sul rapporto tra interessi e politica. Non riesumando la vecchia concertazione, come sembrano voler fare Giuseppe Conte e Maurizio Landini. Ma risvegliando l’autonomo protagonismo delle imprese che vogliono crescere e fanno innovazione, costruendo un nuovo rapporto con i territori, intercettando e mobilitando quei nuovi stakeholder che sono i cittadini in quanto tali, così effettivamente “disintermediando” la politica e i suoi stanchi tormentoni, e magari contribuendo a costruire una prossima legge di bilancio più solida e credibile.

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