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Legare i salari ai risultati aziendali

Per gli imprenditori «l’obiettivo primario» è il lavoro, che «non si crea per decreto, ma con regole sbagliate lo si può distruggere». Per questo guardano con favore alle norme del Dl Poletti (legge n.78) – in particolare alla liberalizzazione del contratto a termine e alla parziale semplificazione dell’apprendistato – e al jobs act (il Ddl con 5 deleghe all’esame della commissione lavoro del Senato): «L’azione di governo ha mosso i primi passi in modo efficace – ha detto il presidente di Confindustria, Giorgio Squinzi – gli interventi su contratti a termine e apprendistato, la legge delega di riforma del mercato del lavoro, sono segnali importanti verso un mercato regolato in maniera più moderna e flessibile».
Bocciata, invece, una delle novità contenute nel ddl delega, che prevede l’introduzione, sia pure in via sperimentale, del contratto a tutele crescenti per favorire l’inserimento nel mondo del lavoro. Per Squinzi «non serve un nuovo contratto, neppure a tutele crescenti», piuttosto «bisogna semplificare e migliorare la disciplina del contratto a tempo indeterminato», con l’obiettivo di renderlo «più conveniente e attrattivo per le imprese».
Nello stesso Ddl è contenuta la delega al governo per riordinare gli ammortizzatori sociali. Anche per Confindustria vanno «profondamente ripensati», nella relazione Squinzi ha sottolineato che gli ammortizzatori non rappresentano «né una tutela reale, né uno strumento efficace per trovare una nuova occupazione», inoltre la loro durata «è stata prolungata oltre ogni ragionevole limite rallentando i processi di ristrutturazione delle imprese». A questo proposito va ricordato che la delega sugli ammortizzatori prevede l’impossibilità di autorizzare le integrazioni salariali in caso di cessazione aziendale (o di un ramo di essa). In sintesi, il nuovo sistema di ammortizzatori, secondo le imprese deve poggiare su due strumenti: «La cassa integrazione, per rispondere alle crisi in cui si possa prevedere un recupero di attività, e l’Aspi per chi cerca in modo realmente attivo una nuova occupazione». L’impianto è sostanzialmente quello ipotizzato dal governo. Ma soprattutto, secondo Squinzi, bisogna puntare sulle politiche attive, sulla formazione e sul ricollocamento dei lavoratori. È questa una delle principali sfide contenute nel jobs act che prevede una razionalizzazione degli enti che operano sul versante delle politiche attive e dei servizi dell’impiego, allo scopo di evitare sovrapposizioni, valorizzando le sinergie tra servizi pubblici e privati per rafforzare l’incontro tra la domanda e l’offerta di lavoro.
In questo quadro un ruolo chiave è affidato alla contrattazione, Squinzi ha richiamato «l’importante accordo sulla rappresentanza» raggiunto con Cgil, Cisl e Uil, che oltre a fissare le regole per la misurazione del peso di ogni sigla (bisogna raggiungere la soglia del 5% tra iscritti e voti alle elezioni delle Rsu per poter negoziare), ha spostato il baricentro sui contratti aziendali, assicurandone l’esigibilità per le parti economiche e normative, con potere vincolante per le associazioni sindacali espressione delle confederazioni. Questo accordo, contenuto nel Protocollo del 31 maggio 2013 che ha trovato una concretizzazione nel Testo unico dello scorso 10 gennaio, per Squinzi «è la precondizione per proseguire il cammino verso la modernizzazione delle relazioni industriali».
Per il presidente di Confindustria bisogna «andare in avanti nel processo di decentramento della contrattazione collettiva che si riscontra in tutta Europa», favorendo quella «contrattazione aziendale virtuosa», che «lega i salari ai risultati aziendali, evitando di sommare costi a costi». Squinzi denuncia il fatto che l’Italia è «l’unico paese nel mondo che ha una dinamica del costo del lavoro del tutto slegata dalle condizioni generali dell’economia e dall’andamento della produttività». L’appello al sindacato è di procedere nell’attuazione dell’accordo, altrimenti «avremo perso tutti tempo e soprattutto credibilità».

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