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“Legalizziamo i patti prematrimoniali” sulla famiglia si apre un nuovo fronte

ARRIVANO anche in Italia gli accordi prematrimoniali. E a chiederli, con una proposta di legge che si rifà all’articolo 162 del Codice civile, sono gli stessi due deputati che hanno già promosso con successo la nor- ma sul divorzio rapido: Alessia Morani del Pd e Luca D’Alessandro di Forza Italia. L’obiettivo riguarda gli aspetti patrimoniali, e potrebbe, almeno in potenza, tutelare chi ha di meno e non solo chi ha di più, pensando ai molti e diversi casi di reddito. Ma l’idea di un matrimonio che non si basi solo su amore e assistenza “finche morte non ci separi” turba il mondo cattolico, che già oggi ha attaccato duramente sul quotidiano L’Avvenire il divorzio breve, definendolo un “traguardo incivile”, al quale non fa da contrasto un eguale impegno “verso chi vuol mettere su famiglia, che invece non c’è”. Per Morani e D’Alessandro, invece, a patti chiari — fin dall’inizio — corrisponde non solo un matrimonio, ma soprattutto un divorzio felice. E ieri Alessia Morani (che ha riaffermato l’accordo politico e non personale col suo partner del centrodestra) ha spiegato: «Non si tratta di contrattualizzare sentimenti e ipotecare il futuro dei desideri, ma semplicemente di essere talmente trasparenti e onesti da tutelare l’altro sino alla eventuale fine del matrimonio. Anche questo è un atto d’amore: due persone che fanno il grande passo possono donarsi la serietà e l’impegno per gestire nel miglior modo possibile non solo il loro legame, ma anche la sua fine. Nella cultura anglosassone i prenuptial agreements sono una prassi ormai consolidata».

Ma non si tratta neppure di stabilire regali periodici come i diamanti di Richard Burton a Liz Taylor, e neppure l’impossibilità di estorcere assegni miliardari in caso di divorzio, come nella storia di Jackie Kennedy con Onassis o di Michael Douglas e Catherine Zeta-Jones. Né tanto meno di sancire per scritto, come nella coppia Madonna-Ritchie, o in molte altre di divi hollywoodiani o finanzieri e modelle, il numero di rapporti sessuali o la “guida morale” della coppia in caso di desideri contrastanti. La proposta Morani-D’Alessandro premette che “gli sposi non possono derogare ai diritti e ai doveri previsti dalla legge come effetto del matrimonio, ecco perché da noi gli accordi sono di fatto nulli. Esiste poi una certa incoerenza: se al momento è considerato nullo qualsiasi accordo volto a determinare gli effetti di un futuro divorzio, la coppia può invece, secondo l’articolo 162 del Codice civile, prevedere la possibilità di stipulare convenzioni aventi contenuto patrimoniale in ogni tempo”. In questo modo però la tutela del coniuge più debole è fragilissima, dato che la comunione dei beni si può cancellare in ogni momento. Ecco perché, nella nuova proposta, si contemplano accordi fatti prima del giuramento, riducendo così la conflittualità delle separazioni. Utilizzando il Codice civile, le coppie potranno stabilire prima delle nozze se la comunione dei beni deve restare immutata, e quali potranno essere i vincoli economici al di sotto dei quali ci si impegna a non scendere. «Chi ama non ha paura del divorzio», sostiene la Morani citando Nilde Jotti in un’antica dichiarazione sulla fine del matrimonio. Aggiungendo: «Se facilitiamo l’accesso al matrimonio ci saranno più famiglie, perché diverso è l’impegno che ciascuno vuole mettere».
L’associazione degli Avvocati matrimonialisti (Ami), con il suo presidente Gian Ettore Gassani, ma anche il Consiglio Nazionale del Notariato, che da tempo aveva redatto una proposta di legge sullo stesso tema, sono felici all’idea che i patti prematrimoniali possano valere anche in Italia, come già avviene negli Stati Uniti e in Germania, e meno in Inghilterra e in Francia. Ma anche in questa nuova norma, come nel divorzio stabilito nel 1970 e confermato col referendum nel 1974, potrebbero entrare nella legge e nel costume italiani due idee ottime per avvocati e notai e perfettamente congruenti al numero di separazioni: il matrimonio non dura, meglio accordarsi prima. Ma ancora difficili da accettare per chi vuole pensare a un’unione “eterna”. O destinata a finire solo se le cose non funzionano.
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