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Legali presso terzi non pagano l’Irap

di Debora Alberici 

Ha diritto al rimborso dell'Irap e in ogni caso non deve corrispondere il tributo l'avvocato che «esercita la professione presso l'ufficio di terzi». A questa importante conclusione è giunta la Corte di cassazione che, con la sentenza n. 5396 del 4 aprile 2012 (destinata alla massimazione ufficiale) ha respinto, in poche righe, il ricorso dell'amministrazione finanziaria. Dunque, il Collegio di legittimità ha confermato la decisione della Commissione tributaria regionale di Trieste che ha rilevato, spiegano i Supremi giudici, che l'avvocato esercitava la professione presso l'ufficio di terzi, utilizzando mezzi indispensabili (autovettura e telefono cellulare). Ecco perché la Cassazione ha confermato l'inesistenza del presupposto impositivo. La decisione presa ieri dalla Suprema corte acquista una certa importanza dato che finora la giurisprudenza di legittimità ha considerato gli studi di terzi un valido appoggio per il professionista (si pensi al risparmio sulle spese di segreteria e tutti gli altri servizi di cui dispone il collega) e quindi un presupposto per l'autonoma organizzazione, negando in questi casi il rimborso. Questa volta no. La cassazione con motivazione laconica ha invece ritenuto che esercitare presso l'ufficio di terzi non condanna il professionista al pagamento del tributo. Peccato che gli Ermellini non si siano dilungati a spiegare con più dettagli la decisione presa. Forse a breve la Suprema corte non torni sul tema per fornire altri particolari. Per il momento a questi dati si può aggiungere che anche la Procura generale di Piazza Cavour aveva chiesto il rigetto del ricorso dell'amministrazione finanziaria.

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