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Legal privilege, giuristi in cerca di equiparazione

Si riaccende il dibattito attorno al complesso tema del cosiddetto legal privilege, ovvero sulla tutela del segreto professionale che viene riconosciuto all’avvocato, mentre viene escluso per il giurista d’impresa, che non può essere iscritto all’albo professionale perchè dipendente da un’azienda.

Il riconoscimento dell’indipendenza intellettuale e del ruolo professionale del professionista che lavora in un’azienda potrebbe essere un primo passo per allineare l’Italia con altri ordinamenti europei.

A tal proposito, l’Aigi, ovvero l’Associazione italiana dei giuristi d’impresa, auspica che nella prossima discussione del Ddl Concorrenza vi sia spazio per recepire il superamento dell’incompatibilità (come già suggerito dall’Autorità antitrust) e per avere una disciplina che consenta ai giuristi d’impresa il pieno esercizio del proprio ruolo come in altri paesi europei.

Due recenti iniziative che si sono svolte a Milano, una promossa dall’Aigi e l’altra dallo studio legale Dla Piper, hanno riacceso i riflettori sul dibattito per arrivare ad ottenere un riconoscimento dell’indipendenza di giudizio intellettuale e tecnica del giurista d’impresa. «Non ci sono ragioni di pubblico interesse a mantenere tale differenza di trattamento, che non ha analogie neanche in Italia in altre professioni un tempo solo liberali e oggi incardinate in strutture aziendali, come medici, commercialisti e ingegneri dipendenti», dice Giovanni Cerutti, rappresentante dell’Aigi nell’Ecla, la European Company Lawyers Association. «Questi professionisti dipendenti restano infatti iscritti ai rispettivi Albo.

Inoltre, gli avvocati dipendenti di enti pubblici e società ex pubbliche, oggi privatizzate, possono viceversa continuare ad essere iscritti all’elenco speciale, anche se la loro attività, ruolo e posizione, di fatto, in nulla differiscono da quella dei professionisti legali qualificati ed operanti nelle imprese private», aggiunge.

Il Libro bianco messo a punto dall’Ecla intitolato «Company Lawyers: Independent by Design» dimostra come l’indipendenza intellettuale del giurista d’impresa non possa essere messa in discussione o addirittura esclusa a priori, a causa del rapporto di lavoro subordinato.

L’attenzione, quindi, torna sul Parlamento. Con la segnalazione in merito alle proposte di riforma concorrenziale ai fini della legge annuale sulla concorrenza, nel 2014 l’Agcm aveva indicato, relativamente ai servizi legali, che la disciplina dell’ordinamento forense conteneva un regime di incompatibilità sproporzionato e proponeva quindi l’abrogazione (dell’art. 18 di tale disciplina) prevedendo al contempo obblighi di astensione dallo svolgimento delle attività in conflitto. Tale proposta era stata poi trasfusa nella bozza del ddl concorrenza del settembre dello scorso anno, ma è scomparsa nella formulazione passata al Consiglio dei ministri lo scorso febbraio.

«Introducendo sin d’ora nuovamente nel ddl Concorrenza, tra le misure relative alla professione forense, il superamento del regime di incompatibilità, come suggerito anche dall’Agcm nella sua segnalazione annuale al Governo», spiega ad Affari Legali Raimondo Rinaldi, direttore affari legali e societari della Esso Italiana e presidente di Aigi. «Tale regime impedisce tra l’altro agli avvocati interni alle imprese private di restare iscritto all’albo professionale, rendendo l’utilizzo dei servizi legali da parte delle imprese meno efficiente e riducendo la flessibilità nel mondo del lavoro.

La sua eliminazione infatti, incentiverebbe la mobilità tra imprese e libera professione, creando nuove opportunità e crescita professionale, specie per le giovani leve».

«Il dibattito sul c.d. legal privilege costituisce un tema caro a molti professionisti che su diverse materie si pongono quotidianamente come interfaccia dei legali interni di grandi imprese», spiega Francesca Sutti, partner di Dla Piper e curatrice della parte sul mercato Italiano nell’ambito dello studio condotto da Dla international sul tema. Il diverso rilievo con il quale sono considerate le attività svolte da un legale interno in Italia rispetto ad altre giurisdizioni europee, basti pensare all’Inghilterra e alla Germania, conferma l’arretratezza con la quale si valuta la figura del legale interno. «Oggi i legali interni sono professionisti a tutto tondo, che conoscono in modo molto approfondito le tematiche e le normative settoriali in cui operano. Non riconoscere loro prerogative essenziali nell’esercizio della consulenza e nella condivisione di informazioni e documenti significa ledere un diritto essenziale nell’impostazione e realizzazione della strategia difensiva» aggiunge.

Secondo Filippo Arena, capo gabinetto dell’Antitrust, «il tema è delicato perché comporta un bilanciamento tra due valori entrambi meritevoli di tutela: il diritto di poter godere della più ampia facoltà di assistenza difensiva possibile dell’impresa indagata da un lato; e l’applicazione del diritto della concorrenza, sancito e riconosciuto a livello costituzionale e europeo, dall’altro. Non c’è un atteggiamento di disfavore nei confronti dei legali interni, né tanto meno si dubita della loro indipendenza intellettuale».

Occorre, tuttavia, evitare che, mediante una tutela troppo ampia della riservatezza delle comunicazioni tutte interne all’impresa, si arrivi ad una limitazione eccessiva dei poteri d’indagine dell’Autorità di concorrenza, che si traduca di fatto nell’impossibilità di scoprire cartelli. «Affinché ciò non accada è, pertanto, necessaria una disciplina che mantenga il legal privilege entro ambiti ben definiti, per impedire possibili abusi.

La soluzione normativa andrebbe trovata in ambito europeo, in modo da superare l’attuale frammentazione che esiste tra i diversi Stati membri, identificando un punto di equilibrio, prendendo le mosse dalle indicazioni già fornite dalla Corte di giustizia Ue che ha riconosciuto la riservatezza alle sole comunicazioni afferenti a rapporti con legali esterni all’impresa» conclude Arena. Per Pierfrancesco De Rossi, general counsel legal & compliance di Siemens spa, «la recente evoluzione del ruolo del legale in-house e la delicatezza crescente delle tematiche che vengono demandate alla gestione dagli uffici legali interni, lo rendono quanto mai attuale.

Il pieno e puntuale rispetto della legge è un’esigenza imprescindibile; ciononostante, è necessario anche tutelare il diritto delle aziende di avvalersi di una comunicazione riservata con i propri legali interni ed esterni.

È ormai chiaro che le aziende italiane, o operanti in Italia, sono vittime di una palese discriminazione rispetto ad altre imprese soggette ad una legislazione che, invece, riconosce il legal privilege alle comunicazioni con i propri legali. Il caso forse più significativo riguarda i c.d. «dawn raid», cioè le incursioni a sorpresa effettuate dalla pubblica autorità, soprattutto in ambito antitrust, presso la sede della società. Se l’ordinamento a cui è soggetta la società non protegge la comunicazioni con il proprio legale interno, la corrispondenza di quest’ultimo con il management, tanto per fare un esempio di comunicazione «sensibile», può essere acquisita agli atti e resa disponibile alle controparti ed, eventualmente, utilizzata contro la società stessa. Lo svantaggio competitivo dell’impresa rispetto ai propri concorrenti, e non solo, è evidente».

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