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L’effetto spread pesa sulle Pmi

di Giuseppe Chiellino

Non siamo ancora al credit crunch, come tre anni fa. E la mossa di ieri della Bce che ha ridotto il tasso di riferimento servirà ad allentare la tensione. Ma ormai da settimane si intensificano i segnali di una stretta creditizia e di giorno in giorno crescono le preoccupazioni di famiglie e imprese che temono non solo l'aumento del costo del credito ma anche il prolungarsi della stretta per un periodo troppo lungo. I dati ufficiali della Banca d'Italia si fermano a fine agosto ma già mostrano, a partire da giugno, l'accelerazione del trend, in particolare dei prestiti inferiori a un milione di euro che interessano una platea più ampia di pmi. Secondo le rielaborazioni del Centro Studi Confindustria, il differenziale chiesto dalle banche alle imprese, rispetto all'Euribor a tre mesi che è il riferimento per questo tipo di finanziamenti, era salito al 2,6% (o 260 punti base) con un salto di 40 punti base rispetto alla quota del 2,2% su cui era rimasto bloccato da dicembre dello scorso anno e comunque il record della serie storica che parte da gennaio 2005. In media (compresi i prestiti sopra il milione) lo spread è salito a 190 punti base, anche in questo caso al top dall'inizio della serie.

Nei prossimi giorni arriveranno i dati di settembre e la convinzione diffusa è che ci troveremo di fronte ad un altro "gradino", quello stesso che già le imprese si sono trovate davanti chiedendo un prestito. «Per le banche non c'è niente da fare – spiega il responsabile corporate di un istituto italiano di medie dimensioni controllato da un gruppo straniero -: di fronte all'aumento del costo della raccolta, legato in buona parte all'aumento del differenziale di rendimento tra i titoli di stato italiani e quelli tedeschi, non si può fare altro che trasferire sui clienti questo aggravio». E i conti sono presto fatti, dal momento che dai 300 punti base di fine agosto, lo spread tra Bund e BTp a settembre è salito di oltre 70 punti base, vicino a quota 370 pb ma con un paio di picchi a 400 che a ottobre si sono consolidati. «L'impatto sulle imprese è progressivo, non immediato» spiega Fabrizio Guelpa, responsabile Industry & Banking dell'ufficio studi di Intesa SanPaolo. Ma la direzione è inquivocabile. E vista l'eccezionalità della situazione, potrebbe essere anche più veloce che in passato.

Del resto, sugli effetti negativi nel lungo termine di un aumento del costo della raccolta per le banche e delle ricadute sul mercato del credito aveva avvertito la stessa Banca d'Italia nelle audizioni sulle manovre d'agosto. Per i mutui l'effetto è ancora più pesante poiché scontano scadenze molto più lunghe rispetto ai prestiti commerciali.

Nei prossimi mesi, dunque la situazione rischia di peggiorare. «Esiste il rischio concreto di un credit crunch anche passivo – spiega Alessandra Lanza di Prometeia – se le imprese rinunciano al credito perché troppo caro. Chi sarà costretto a indebitarsi comunque per continuare a lavorare avrà conseguenze pesanti sulla redditività».

Tutto parte dall'aumento del rischio-Italia che aumentando il costo della raccolta dello Stato, costringe le banche a pagare di più il funding non solo attraverso le obbligazioni ma anche sui conti correnti e vincolati. «A questo si somma la difficoltà di rientro delle sofferenze che sarà ancora più lento con il raffreddamento della congiuntura e che hanno un tasso di default altissimo» ricorda Guelpa. Per non parlare degli aumenti di capitale chiesti dall'Eba: le banche coinvolte avranno sempre meno capitale per espandere gli impieghi.

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