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L’effetto-Spagna frena le Borse ma lo spread tiene

La Spagna entra ufficialmente in recessione, con un Pil in contrazione nel primo trimestre dello 0,3%. Gli Stati Uniti mostrano segnali di rallentamento, con l’indicatore dell’università di Chicago sull’attività economica in frenata come non accadeva dal 2009. Dalla Germania arrivano però indicatori confortanti sulle vendite al dettaglio. Che il tema della crescita sia ormai «il» tema, in tutto il mondo, lo ribadisce una giornata pre-festiva come quella di ieri sui mercati finanziari: di fronte a questi indicatori arrivati da Europa e Usa, le Borse hanno infatti chiuso tutte deboli.
Londra ha perso lo 0,68%, Parigi l’1,64%, Francoforte lo 0,59%, Madrid l’1,89% e Milano l’1,26%. Debole anche Wall Street (-0,39%), che – insieme alle Borse mondiali – ha chiuso il mese con il segno meno per la prima volta da novembre. I ribassi di ieri sono stati però compensati dal fatto che si sono ridimensionati gli spread tra BTp e Bund (scesi dai 394 punti base di venerdì ai 385 di ieri). Certo, la giornata ha registrato bassi volumi di scambio, con gli investitori asiatici assenti. Ma, ugualmente, ha lanciato un messaggio forte e chiaro: solo la crescita economica (purché sostenibile e non “drogata” da eccessi si potrebbe aggiungere) può rimarginare le ferite della crisi.
Il tiro alla fune
I messaggi arrivati ieri dall’economia mondiale sono stati in realtà ambivalenti. Da un lato la Spagna è ufficialmente finita in recessione. Dall’altro in Germania le vendite al dettaglio sono rimbalzate del 2,3% (oltre le attese), confermando che l’economia europea viaggia a doppia velocità. Anche l’America ha deluso, dato che l’indicatore dell’università di Chicago (Pmi) sull’attività economica nel distretto ha frenato ben oltre le attese a quota 56,2: livello che indica ancora espansione economica (non certo recessione), ma sempre più debole. La delusione è stata dunque forte. Per contro, però, i bilanci delle aziende quotate a Wall Street continuano a stupire in positivo: i risultati del primo trimestre delle 276 aziende che già li hanno comunicati sono cresciuti del 6,7%. Oltre le attese.
Questi dati non sono da soli in grado di indicare la direzione esatta dell’economia. Molto più diranno altri indicatori. Ma comunque questi dati, pur frammentati, hanno girato ancora una volta il coltello nella piaga della crescita economica. Ecco perché ieri, con volumi pre-festivi, le Borse hanno perso terreno. Accelerando la frenata proprio dopo i dati americani.
Sui BTP mani pesanti
In questo contesto sui BTp hanno invece prevalso gli acquisti. I titoli decennali hanno infatti ridotto il rendimento al 5,51%, abbassando lo spread sui Bund tedeschi a 385 punti base dai 394 di venerdì. Hanno ridimensionato i rendimenti anche i Bonos spagnoli, così anche Madrid ha ridotto lo spread rispetto alla Germania a 410 punti base. In realtà non c’è una ragione particolare per cui gli spread siano calati (segnale di fiducia) nel giorno in cui le Borse scendevano (segnale di sfiducia): i primi sono stati probabilmente premiati dalle ricoperture, mentre le Borse hanno più guardato i dati macroeconomici.
Sta di fatto, però, che sui BTp e i Bonos sembrano terminati gli acquisti a piene mani da parte delle banche italiane e spagnole. Secondo i dati della Bce, le prime a marzo hanno comprato 22 miliardi di euro di titoli di Stato, mentre le seconde 18 miliardi. Dallo scorso dicembre, le banche italiane hanno comprato titoli di Stato (in gran parte italiani) per un totale di 72 miliardi di euro, mentre le spagnole l’hanno fatto per 58 miliardi: sono stati questi acquisti – realizzati in gran parte con i soldi presi in prestito dalla Bce – a guidare verso il basso gli spread nei mesi scorsi. Ora questa forza propulsiva viene meno, lasciando spread ancora elevati e banche ancora più zavorrate di titoli di Stato. Il problema è noto. Una sola può essere la cura: la crescita economica.

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