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L’effetto Brexit penalizza le azioni e premia i Gilt

Dal giorno del referendum britannico l’indice Ftse 100 della Piazza di Londra ha guadagnato il 12,8 per cento. Meglio della media delle Borse mondiali (nello stesso lasso di tempo l’indice Msci World ha fatto +9%). Il mercato però non sembra aver voluto approfittare di questo rialzo dato che, da giugno ad oggi – calcola Epfr Global – i fondi azionari britannici hanno registrato oltre 9 miliardi di dollari di riscatti netti. Per chiarire questa apparente incongruenza bisogna inserire un terzo fattore: la sterlina. La valuta in cui sono quotate le azioni alla Borsa di Londra si è svalutata del 14% dal Brexit-day. Se si tiene conto di questo fattore quella che appare come una promozione dei mercati si tinge di tutto un’altro colore. Calcolato in dollari il +12,8% del Ftse 100 diventa un -3,2 per cento. In euro un modesto +2,9 per cento.
Oggi la capitalizzazione del listino Ftse 100 è pari a 2664 miliardi di sterline. Circa 400 in più rispetto al giorno del referendum. Se calcolato in dollari il valore di mercato del listino è inferiore di circa 7,3 miliardi. Un investitore americano che avesse comprato la Borsa di Londra senza coprirsi dal rischio cambio ci avrebbe perso.
Se si escludono le prime settimane post-referendum l’andamento della Borsa è stato speculare rispetto alla sterlina. Così come quello rispetto ai bond. Una classe di investimento che invece è stata premiata perché il mercato ha scommesso che la Bank of England avrebbe messo in atto una manovra espansiva per sostenere l’economia. Cosa che puntualmente si è verificata visto che ad agosto la BoE ha tagliato i tassi allo 0,25% e adottato nuovi stimoli monetari. A differenza dei fondi azionari da cui c’è stato un deflusso di capitali sui fondi obbligazionari Uk è affluita liquidità con un saldo netto dalla Brexit ad oggi di circa 4,4 miliardi di dollari secondo Epfr Global.
La Brexit è un buono o un cattivo affare per gli investitori? Difficile dare una risposta chiara a questa domanda anche perché, sebbene Londra abbia già formalmente dato attivazione all’articolo 50 per dare il via al negoziato con l’Ue, bisognerà aspettare l’esito dei negoziati per capire i termini del divorzio, le implicazioni per l’economia britannica e le classi di investimento ad essa correlate. Nell’attesa ci si può solo affidare alle opinioni degli esperti. Secondo Robert Baron, presidente di Delta Hedge, non c’è da sorprendersi se Theresa May ha scelto proprio la settimana delle elezioni francesi per annunciare la propria intenzione di andare al voto anticipato. «È una chiara dimostrazione di forza – spiega -. In un’Europa divisa che ha paura degli esiti incerti delle urne la Gran Bretagna rilancia chiedendo un mandato popolare agli elettori. È una presa di posizione molto chiara che il mercato ha apprezzato e in questo senso si spiega il netto rialzo della sterlina». Chi invece non vede positivamente la strategia della «Hard Brexit» adottata dalla premier britannica è Alberto Gallo, capo delle strategie macro del fondo Algebris che ha stimato un conto da 140 miliardi di sterline (il 7,5% del Pil) per il divorzio tra Londra e la Ue. La chiave di tutto secondo l’analista è la sterlina il cui indebolimento, in un Paese che importa la metà delle merci e del cibo che consuma, rischia di tradursi inevitabilmente in una risalita dell’inflazione (cosa in parte è già avvenuta) con il risultato di ridurre il potere d’acquisto soprattutto da parte delle classi meno abbienti. Secondo Gallo non bisognerà aspettare troppo prima che anche i titoli di Stato soffrano l’effetto Brexit. Con un’inflazione in rialzo la Banca centrale non potrà più permettersi di continuare con gli stimoli monetari. D’altra parte il governo si troverà nella necessità di finanziare, emettendo bond, piani di stimolo fiscale. Risultato: il debito di sua maestà (passato in 10 anni dal 43,7 al 90% del Pil) rischia di non essere più tanto solido.

Andrea Franceschi

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