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L’economista francese Baverez: «Ora pilotare l’uscita di Atene per evitare il rischio contagio»

«Le mosse disperate dell’ultima ora fanno più male che bene. L’uscita della Grecia dall’euro mi pare ineluttabile, anzi già cominciata. Si tratta adesso di pilotarla per evitare il contagio». Nicolas Baverez, storico ed economista di aerea liberale, è molto severo con il governo greco.
Quando la situazione è precipitata?
«Quando non è successo in Grecia quello che è accaduto in Spagna e Portogallo. Una volta ristabilito l’eccedente primario nel 2014, la Grecia nel 2015 avrebbe dovuto fare ripartire la crescita intorno all’1 o 2 per cento. Invece in quel momento cruciale si è inserita la politica, con tre eventi negativi».
Quali?
«I creditori non hanno aiutato a sufficienza il governo Samaras, che le riforme stava cercando di farle; sfortuna del calendario elettorale; e vittoria di Syriza, che ha distrutto l’economia greca».
Tsipras chiede un’estensione del piano per due anni e la ristrutturazione del debito.
«Se la Grecia puntasse a diventare uno Stato efficace e moderno, si potrebbe mettere nel progetto altro denaro. Ma il problema di Syriza, dall’inizio, è che hanno venduto qualcosa di impossibile: restiamo nella zona euro, prendiamo altri soldi, e non solo non facciamo le riforme, ma riattiviamo lo Stato clientelista riassumendo funzionari, finanziando la tv pubblica e mettendo altri soldi nelle pensioni, che rappresentano già il 18% del Pil, quando si fermano al 13% nella zona euro e al 9% nella media dei Paesi sviluppati. I danni fatti nello spazio di cinque mesi da Syriza in Grecia sono terribili».
Ha ragione Matteo Renzi quando dice che gli italiani non hanno riformato le loro pensioni per poi dovere pagare quelle dei greci?
«Certamente, e la posizione dei Paesi baltici è ancora più forte: perché dovremmo domandare ai nostri cittadini che hanno un salario minimo di 350 euro di pagare per i greci che vogliono innalzare il loro a 750? La Grecia ha già avuto tre piani di ristrutturazione, pari a oltre il 100 % del Pil».
La Grecia come laboratorio del populismo realizzato?
«Sì, come ai tempi di Tucidide e della guerra del Peloponneso. Atene si è allontanata dalla ragione, cioè da Pericle, per andare verso la follia della demagogia e la fine della democrazia, cioè Alcibiade. Con Syriza i greci hanno scelto di allontanarsi dalla ragione, che era l’Europa, per abbracciare la demagogia».
Che cosa dovrebbe fare adesso il resto dell’Europa?
«Accelerare l’integrazione per scongiurare il contagio. E poi approfondire le riforme nei Paesi che lo hanno fatto meno, ossia l’Italia e La Francia. L’Italia a dire il vero si è messa sulla buona strada, la Francia invece non ha fatto nulla, è lei il vero rischio sistemico nella Ue».
Perché teme per la Francia?
«La Francia oggi è una grossa Grecia. Con un sistema di produzione bloccato e piccolo, un grande Stato molto inefficace e un sistema assistenziale enorme. Uno per cento della popolazione mondiale, 3,5% della produzione mondiale, e 15% dei trasferimenti sociali di tutto il mondo».
E se domenica al referendum greco vincesse il sì?
«Guadagneremmo forse due o tre mesi, ma in autunno saremmo di nuovo al punto di partenza».

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