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Per l’«Economist» l’Italia è in declino? Lettura conformista

Un recente articolo che sta facendo discutere L’Economist critica con severità il sistema economico, e non solo, del nostro Paese. Alcune delle critiche, purtroppo, sono fondate e poco discutibili: 1) la burocrazia italiana costituisce un peso molto gravoso per le imprese; 2) il sistema delle imprese italiane ha ancora una struttura finanziaria troppo sbilanciata sul debito piuttosto che sul capitale proprio.

L’articolo però non tiene conto adeguatamente di alcuni punti di forza delle imprese italiane. Vediamoli.

a) Le dimensioni. Prendiamo come esempio il settore farmaceutico e sommiamo i ricavi delle prime 20 aziende: quelle tedesche fatturano in totale 97 miliardi di euro, quelle inglesi 76, quelle francesi 48, quelle italiane 14. Ma se togliamo dalla classifica le prime 5 per dimensione e consideriamo dal sesto al ventesimo posto, quelle tedesche fatturano in totale 5 miliardi euro, più o meno come quelle italiane. E quelle inglesi e francesi sono molto più piccole. Quindi, è vero che all’Italia mancano le grandissime imprese, ma quando andiamo a considerare imprese comunque abbastanza grandi il confronto con altri Paesi diventa molto più positivo. E, infatti, molte farmaceutiche italiane in questi ultimi dieci anni hanno conquistato diverse posizioni in Europa e in alcune aree terapeutiche.

b) È vero che in Italia ci sono molti imprenditori ottuagenari che, come scrive l’Economist, «con ostinazione non intendono lasciare la guida delle loro aziende». Ma se consideriamo le prime 10 aziende familiari italiane per dimensione, tolti i casi di ultra ottuagenari citati dall’Economist come Luciano Benetton (la cui Edizione è in seconda posizione) e Leonardo del Vecchio (la cui Luxottica è in quinta posizione), le altre 8 in ordine di classifica hanno alla guida John Elkann di Exor (44 anni), Giovanni Ferrero (56 anni), Massimo Moratti di Saras (75 anni), Marina Caprotti di Esselunga (42 anni), Ugo Brachetti Peretti di Api (55 anni), Emma (54 anni) e Antonio (56 anni) Marcegaglia, Pietro Salini di We Build (62 anni), Marco Drago di De Agostini (74 anni). Nessuno di loro raggiunge gli 80 anni e per certo alcuni tra i meno giovani hanno già ben programmato la loro successione. Anche in questo caso, purtroppo la stampa internazionale si concentra sempre e solo su alcuni casi certamente emblematici, ma non rappresentativi neanche delle più grandi aziende familiari del Paese.

c) Infine, l’Economist cita vari casi di imprese comprate da competitori stranieri come Bulgari e Pirelli (il giornale inglese cita anche Luxottica ma non sembra proprio che Del Vecchio abbia «venduto» l’azienda al gruppo Essilor). In ogni caso, pur se ovviamente farebbe piacere che qualche grande impresa italiana facesse operazioni di acquisto di competitor stranieri, occorre ricordare che aziende come Bulgari (ma anche Gucci o altri) hanno mantenuto l’attività in Italia perché il nostro Paese rappresenta comunque un grande mercato e perché le conoscenze tecniche, le capacità creative e l’efficienza delle nostre imprese sono di grande livello e non conviene spostarle all’estero.

In definitiva, il nostro Paese ha molti limiti, ma serve una lettura meno conformista anche per riuscire a spiegare come mai dal 2010 al 2019 le esportazioni italiane siamo aumentate di oltre il 40% e la quota di mercato sul commercio internazionale sia sempre rimasta intorno al 2.9%. Ancora nel 2019 siamo il nono paese al mondo.

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