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L’economia Usa cresce ma non corre

L’economia americana ha ripreso a crescere dopo la battuta d’arresto di inizio 2015, ma l’espansione viaggia a passo modesto e fatica a scuotersi di dosso il torpore. Il Pil, nel secondo trimestre, è cresciuto del 2,3% rispetto a previsioni che erano lievitate in media fino al 2,7 per cento.
La contrazione dei primi tre mesi è stata cancellata da revisioni statistiche volte a rendere più accurata la lettura di fattori stagionali: anziché cadere dello 0,2% l’economia è avanzata dello 0,6 per cento. L’andamento del semestre gennaio-giugno è tuttavia rimasto debole, pari all’1,5%, inferiore al già men che robusto 1,9% dello stesso periodo dell’anno scorso. E il Dipartimento del Commercio, nell’ambito di riesami dei dati degli ultimi tre anni, ha anche corretto al ribasso l’intera crescita tra il 2012 e il 2014, al 2% dal 2,3% finora calcolato.
La frenata di inizio 2015 è stata attribuita a numerose concause, da fattori temporanei legati all’eccezionale maltempo fino a elementi più duraturi, quali il rafforzamento del dollaro, che ha guadagnato oltre il 20% sulle principali valute in un anno, la fragilità globale dall’Europa alla Cina, la prudenza delle aziende negli investimenti e dei consumatori nella spesa. Il secondo trimestre ha mostrato progressi nello sbloccare almeno alcuni di questi freni, soprattutto sui consumi. Uno sviluppo apprezzato dalla Casa Bianca: Jason Furman, il consigliere economico di Barack Obama, ha sottolineato che «la crescita è stata più rapida grazie ai consumatori» e che ora è il momento di mettere in atto l’agenda economica del presidente, dagli impegni a favore di nuove infrastrutture domestiche agli accordi di libero commercio per aprire sempre più i mercati esteri, dall’Asia all’Europa, al “made in Usa”.
Le esportazioni, in dettaglio, sono aumentate del 5,3% dopo uno scivolone del 6% nei tre mesi precedenti. I consumi delle famiglie sono saliti del 2,9%, accelerando dal 2,1% precedente. Tra gli altri fattori che hanno sostenuto il Pil c’è stata inoltre la spesa pubblica, in particolare delle autorità locali, tornata a crescere dello 0,8%, più che compensando un calo dello 0,1% tra gennaio e marzo.
Gli investimenti fissi aziendali, tuttavia, sono diminuiti dello 0,6%, un passo indietro rispetto al già debole aumento dell’1,6% dei primi tre mesi. E le scorte di magazzino accumulate dalle imprese hanno sottratto 0,8 punti dalla crescita. Meglio hanno fatto solo gli investimenti immobiliari: sono aumentati del 6,6 per cento.
La crescita tuttora faticosa non dovrebbe sorprendere la Federal Reserve, il cui staff ha pronosticato un Pil al piccolo trotto dell’1,55% nel 2015. Nonostante questo la Banca centrale appare convinta dalla tenuta dell’economia ed avviata verso una graduale normalizzazione della sua politica monetaria ultra-espansiva, con il primo rialzo dei tassi d’interesse dal 2006 entro fine anno. Nel suo vertice concluso mercoledì ha migliorato la sua valutazione della ripresa, sottolineando anzitutto le schiarite sul mercato del lavoro.
I dati di ieri sul Pil hanno messo in luce un nuovo aspetto incoraggiante per la Fed: l’inflazione, stando all’indice dei prezzi legato ai consumi personali, ha marciato al ritmo del 2,2% e dell’1,8% escludendo energia e alimentari, avvicinandosi cioè al target ideale. Abbastanza, forse, da rendere più probabile un intervento sui tassi a settembre. Appare però ancora presto per sciogliere ogni riserva sulla tempistica d’una stretta monetaria, cosa che la Fed ha accuratamente evitare di fare: ulteriori segni di solidità o accelerazione della crescita potrebbero infatti aumentare le chance di azioni ravvicinate, ma indizi di altre difficoltà farebbero slittare la decisione verso dicembre.

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