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L’economia tedesca si è fermata

L’economia tedesca «ha perso notevolmente slancio in aprile e in maggio», si è fermata nel secondo trimestre a causa delle tensioni politiche ai confini dell’Europa. Lo afferma la Bundesbank spiegando tuttavia che la ripresa si è solo interrotta momentaneamente e che le guerre in Ucraina, in Iraq e a Gaza non rallenteranno a lungo la crescita della prima economia europea.
«L’industria è scesa di una marcia. L’aumento delle tensioni geopolitiche, così come alcuni effetti del calendario, probabilmente si sono fatti sentire», si legge nel rapporto mensile della Banca centrale tedesca. La netta decelerazione rispetto al primo trimestre non è da attribuirsi soltanto al settore edile, per il quale era già previsto un rallentamento dopo un boom di inizio anno dovuto alle temperature miti dell’inverno, ma anche all’industria.
In attesa del dato definitivo sul Pil del periodo tra aprile e giugno, che sarà diffuso dall’Ufficio federale di statistica il 14 agosto, l’istituto guidato da Jens Weidmann sottolinea dunque che il settore industriale ha risentito non solo del minor numero di giorni lavorati (per effetto delle festività di maggio) ma anche dell’incertezza legata a fattori geopolitici che «si riflettono sugli indicatori prospettici più deboli e anche in un calo della domanda di beni intermedi».
«Non vediamo una stagnazione per la Germania», dice Sarah Hewin, di Standard Chartered. «Ma dobbiamo per forza – aggiunge – tenere sotto controllo quello che succede ai timori diffusi e dobbiamo cercare di capire fino a che punto i fattori geopolitici possono far scendere gli indici di fiducia».
«Considerando che il settore dei servizi ha continuato prevedibilmente la fase di espansione – stima la Bundesbank – il Pil reale viene previsto a livello invariato rispetto al primo trimestre», quando l’incremento messo a segno dalla Germania era stato con lo 0,8% il più marcato degli ultimi tre anni. Malgrado la stagnazione del secondo trimestre, il ministero delle Finanze tedesco, nel suo rapporto diffuso domenica notte, ribadisce il suo ottimismo: «La ripresa congiunturale nel Paese sta continuando». Un’affermazione confermata dalle ultime analisi del Fondo monetario internazionale che ieri ha rivisto al rialzo le stime di crescita del Pil tedesco per il 2014 all’1,9% dal precedente 1,7 per cento. Mentre per il 2015 la previsione è stata alzata all’1,7% dall’iniziale 1,6 per cento.
Il Fondo elogiando i risultati ottenuti dal governo tedesco nella creazione di posti di lavoro e nell’aggiustamento dei conti pubblici, oltre che per il contributo dato all’integrazione europea, ha ricordato che la Germania ha «margini di bilancio» che gli consentono di aumentare gli investimenti pubblici di circa lo 0,5% del Pil ogni anno per quattro anni. Secondo il Fondo un tale programma di investimenti potrebbe garantire un incremento continuo del Pil di tre quarti di punto percentuale e ridurre temporaneamente l’attuale surplus delle partite correnti dello 0,4% del Pil. Inoltre – si legge nell’Articolo IV dedicato a Berlino – «stimolerebbe la crescita nella regione, con il picco degli effetti sul Pil di Grecia, Irlanda, Italia, Portogallo e Spagna con effetti pari allo 0,3% e allo 0,4% del Pil».
Le considerazioni diffuse ieri dall Bundesbank erano state in qualche modo anticipate dai dati sugli ordini e sulla produzione industriali, oltre che dalla diminuzione delle importazioni e delle esportazioni. E dal calo degli indici di fiducia delle imprese (venerdì uscirà l’Ifo di luglio). In maggio, dopo un primo trimestre molto sostenuto, la produzione industriale tedesca era infatti scesa dell’1,8% dopo essersi contratta dello 0,3% in aprile.
«Nel secondo trimestre l’economia tedesca non si è mossa e anzi probabilmente si è contratta», dicono Jorg Kramer e Peter Dixon di Commerzbank. «Mentre questo non significa che la fase di crescita è finita, sta diventando sempre più chiaro che la Germania non è in grado di trainare con le sue sole forze la crescita dell’intera Eurozona. E assieme ai bassi livelli di inflazione, questo – spiegano ancora Kramer e Dixon – porterà la discussione sulla necessità di un ulteriore intervento della Bce con l’acquisto di bond su base più ampia».

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