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“L’economia sta bene” e la Federal Reserve rialza ancora i tassi

«Il messaggio è semplice: l’economia sta bene ». Con queste parole la presidente della Federal Reserve, Janet Yellen, ha riassunto ieri le ragioni della sua ultima mossa: un nuovo aumento dei tassi d’interesse direttivi, di un quarto di punto. Con questa decisione il livello dei tassi federali viene a situarsi in una forchetta tra 0,75% e 1%, che rimane storicamente bassa ed è un’eredità della politica monetaria eccezionalmente espansiva adottata dopo la crisi del 2008 per rilanciare la crescita. Missione compiuta. Dopo sette anni di Pil positivo, e 16 milioni di posti di lavoro creati, la Yellen può permettersi un giudizio positivo che si applica a poche altre economie nel mondo. E la Fed può continuare la sua lenta marcia di avvicinamento verso la normalità. Molto lenta, finora, ma in accelerazione. Quello deciso ieri è solo il terzo rialzo dei tassi dal 2008 in poi.
Gli ultimi sono arrivati col contagocce, uno all’anno, nel dicembre 2015 e nel dicembre 2016. Ma il prossimo dovrebbe arrivare presto, con ogni probabilità a giugno. Le attese ora sono di tre rialzi all’anno, per arrivare ad un tasso un po’ più normale, cioè del 3%, alla fine del 2019. La Yellen, che fu nominata da Barack Obama e comunque se ne andrà alla scadenza del suo mandato fra un anno, ha avuto un incontro con Donald Trump e col segretario al tesoro Steven Mnuchin, al termine del quale ha espresso un’apertura di credito verso i piani del presidente. «Se verranno attuate – ha detto la banchiera centrale – delle politiche che rafforzano la produttività e la velocità di crescita, sarebbero benvenute». Il condizionale è d’obbligo, vista la generosità delle promesse di Trump – mille miliardi di investimenti in infrastrutture, riarmo, riduzioni d’imposte generalizzate – e gli ostacoli che possono incontrare nella stessa maggioranza repubblicana al Congresso. Per ora la Fed si attesta su una previsione di “crescita moderata”: al 2,1% quest’anno e in quello successivo, dopo il +1,6% nel Pil dell’anno scorso. Lo scenario è leggermente “re-flazionistico”, con l’indice dei prezzi che sta raggiungendo infine l’obiettivo della banca centrale cioè il 2%. La disoccupazione è scesa al 4,7%. Per ora siamo all’interno dell’eredità obamiana, cioè un settennato di crescita buona ma non così vigorosa da riassorbire completamente le sacche di disoccupazione nascosta, né tale da sanare le enormi diseguaglianze all’interno del paese.
Le conseguenze pratiche del rialzo di ieri si verificano a cascata sull’economia reale, attraverso la trasmissione a una serie di altri rendimenti che sono indicizzati ai tassi direttivi della Fed. Le banche hanno immediatamente rincarato dal 3,75% al 4% il prime rate cioè il tasso praticato sui fidi alla clientela più solida. Aumentano automaticamente i tassi passivi sugli scoperti delle carte di credito, tipico strumento con cui le famiglie americane finanziano i propri consumi. E aumentano i ratei su tutti i mutui a tasso variabile. Siamo dunque di fronte a un “prelievo” di potere d’acquisto su famiglie e imprese, e un trasferimento di risorse a vantaggio del sistema bancario. Tra i perdenti c’è anche lo Stato, ovviamente, poiché i rendimenti che deve pagare sul debito pubblico si muovono in sintonia coi tassi della Fed. Infine ci saranno movimenti sui bond: la montagna delle obbligazioni esistenti si deprezza, il suo valore si muove in senso inverso rispetto ai rendimenti. Per ora nessuna novità sull’eredità del “quantitative easing”: la Fed detiene ancora 4.500 miliardi di bond che acquistò per iniettare liquidità nel sistema. Non ha deciso quando comincerà a rivendere quei titoli.

Federico Rampini

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